Episodi in aumento, soprattutto tra i giovani frequentatori della rete.

L'avvocato Cinzia Capone ci spiega come difenderci dalla diffamazione sui social network

La diffamazione sui social è equiparata a quella a mezzo stampa

Sofia Balestrieri Cutulli

04 Settembre 2022 - 01:29

L'avvocato Cinzia Capone

L'avvocato Cinzia Capone

Oltraggiare qualcuno sui social è come farlo in un luogo pubblico, ad esempio in una piazza o davanti ad un bar. Sussiste diffamazione anche se si offende la reputazione di una persona deceduta ed in questo caso i prossimi congiunti possono proporre querela per tutelare la sua memoria.

La diffamazione è certamente il reato più commesso sui social network. Poiché permette di raggiungere una quantità indefinita di persone, quella sui social è una forma aggravata di diffamazione punita più severamente dal nostro codice penale (con la reclusione da sei mesi a tre anni o con una multa non inferiore a 516,00 €). Si commette tutte le volte che comunicando con due o più persone si offende l’altrui reputazione, assente al momento dell’insulto. In gergo è uno sparlare alle spalle al cospetto di più persone (almeno due). Se l’offesa riguarda l’attribuzione di un fatto determinato, la pena della reclusione è fino a due anni e la multa fino ad € 2.065,00. La diffamazione sui social è equiparata a quella a mezzo stampa. Nel concetto di stampa sono ricomprese anche le testate telematiche e le pubblicazioni periodiche online ed in questo caso l’offesa alla reputazione, in considerazione dell’immediatezza dell’impatto sulla generalità dei lettori, può configurarsi anche quando l’espressione denigratoria è contenuta soltanto nel titolo dell’articolo. Per la configurazione del reato non è necessario che la persona offesa sia individuata, ovvero menzionata nominativamente in maniera esplicita, ma è sufficiente che sia determinata ed individuabile e l’intento diffamatorio può essere perseguito anche attraverso subdole allusioni.

Quando si pubblica in un gruppo di Facebook, su Messenger, Instagram, TikTok, ma anche sullo stato di Whatsapp o anche sulla propria bacheca, purché visibile a due o più persone, in maniera cosciente e consapevole, un commento offensivo o un post lesivo ed oltraggioso della reputazione altrui contenente un insulto di carattere personale, sociale, familiare o professionale, una parolaccia, una forte critica, un commento inopportuno, ma anche un’immagine sconveniente che offende l’altrui reputazione, si commette diffamazione. In pratica oltraggiare qualcuno sui social è come farlo in un luogo pubblico, ad esempio in una piazza o davanti ad un bar. Sussiste diffamazione anche se si offende la reputazione di una persona deceduta ed in questo caso i prossimi congiunti possono proporre querela per tutelare la sua memoria. Sui social, in generale, ci si sente psicologicamente più liberi e facilitati di esprimersi senza freni inibitori proprio perché ci si nasconde dietro ad uno schermo senza metterci la faccia e spesso si finisce per usare termini pesanti che molto probabilmente non verrebbero pronunciati di fronte all’interessato. Che cosa fare in questi casi? Quando è o si sente destinataria del messaggio lesivo, la persona diffamata deve querelare il fatto avvalendosi dei mezzi ordinari di cui disponiamo a garanzia della nostra sicurezza: le forze dell’ordine, producendo la prova del messaggio.


Secondo una recentissima sentenza della Corte di Cassazione penale dello scorso giugno 2022 lo “screenshot” del post o dei messaggi sms, termine inglese che significa “fermo immagine”, letteralmente “acquisizione immediata mediante fotografia del post o conversazione che desideriamo salvare”, è prova sufficiente a ritenere comprovato il delitto di diffamazione, in quanto legittima ne è l’acquisizione come documento. Orbene, nonostante si ritenesse che lo stesso dovesse essere sempre confrontato con il suo contenuto effettivo e con lo strumento di riferimento utilizzato per dimostrare l’autenticità del messaggio avvalendosi, magari, di una perizia informatica asseverata ed innanzitutto autenticato da un esperto che ne attestasse l’originalità partendo dal mezzo da cui è stato estratto per acquisire la certezza e la genuinità della prova perché il semplice screenshot, di suo, sarebbe stato annoverato tra le mere riproduzioni meccanografiche che non hanno alcuna valenza giuridica, nel senso che è risaputo che, tramite i software e le app di cui oggi dispone la tecnologia, immagini e scritti potrebbero essere facilmente alterati o modificati a mo’ di copia fotostatica, ergo falso e quindi, in questo caso, non avere alcuna attendibilità; sebbene si è ritenuto risalire alla prova effettiva, certa, allo storico, alla memoria di quel post e all’indirizzo IP dell’effettiva pubblicazione da parte del soggetto, ovvero della sua identificazione, che deve essere rintracciata e la difficoltà riscontrata proprio questa, arrivare all’anagrafica dell’autore del post, un’attività che non è stata sempre di facile soluzione perché è capitato che, nonostante le indagini tecniche siano state approfonditamente eseguite dalla polizia postale, si è rischiato di riscontrare profili fake creati ad hoc e, quindi, a questo punto, è diventato difficile dimostrare la paternità del messaggio, ovvero giungere all’identificazione anagrafica dell’autore effettivo; oggi per sopperire a questa lacuna il legislatore ha facilitato la valutazione della sussistenza del reato anche con altra nota sentenza dello scorso gennaio 2022 della nostra Corte Suprema di Cassazione, che ha statuito che per dimostrare la responsabilità penale dei diffamatori sui social non occorrono necessariamente prove certe come quelle fornite dal codice ID (che è il numero che identifica in maniera univoca ed infallibile l’account dell’utente iscritto al social network) o dall’indirizzo IP (che è il numero di protocollo che identifica in modo certo il punto da cui è avvenuta la connessione internet), ma sono sufficienti indizi purché siano gravi, precisi e concordanti. Ad esempio: due profili si punzecchiano in una pagina dedicata su un forum che parla di calcio; nel momento in cui uno di essi dovesse superare i limiti, pubblicando commenti diffamatori, non ci sarebbe bisogno di controllare anche l’indirizzo ip se la nota rivalità tra le parti è già di per se’ un indizio che rivela la volontà colpevole dell’autore del post. In pratica è sufficiente il nickname del profilo, se non ci sono motivi di dubitare che le espressioni diffamatorie provengono proprio dal titolare formale dell’account.

Per la Cassazione, dunque, la condanna per diffamazione scatta anche su base indiziaria, a fronte della convergenza, pluralità e precisione di dati, quali il movente, il rapporto tra le parti, l’argomento del forum su cui avviene la pubblicazione, la provenienza del post sulla bacheca virtuale dell’imputato, con utilizzo del suo nickname, anche in mancanza di accertamenti circa la provenienza del post di contenuto diffamatorio, partendo dall’indirizzo IP dell’utenza telefonica intestata. Ed anche l’assenza di una querela per furto d’identità da parte dell’intestatario della bacheca sulla quale c’è stata la pubblicazione del post incriminato è dimostrazione del fatto che l’autore della diffamazione sia proprio il titolare formale del profilo e questo rappresenta una grande opportunità per evitare che vengano accampate scuse, quali la sostituzione di persona a cui spesso si ricorre, ad esempio: offendere l’altrui reputazione servendosi di un nickname che non è il proprio per essere esentati dal reato. L’invito, quindi, è quello di essere prudenti e di astenersi da simili comportamenti oltraggiosi, di evitare di offendere pubblicamente il decoro e la reputazione altrui e di impegnarsi ad onorare i principi fondamentali della persona, quali il rispetto, l’educazione e la correttezza, la dignità umana, perché oggi si può essere condannati per diffamazione e tenuti al risarcimento del danno provocato a terzi anche solo in base al semplice screenshot contenente offese dell’altrui reputazione o al semplice nome e cognome che risultano nel proprio profilo.

Inserisci un commento

Condividi le tue opinioni su Il Castello Edizioni e Il Mattino di Foggia

Caratteri rimanenti: 400

BLOG

La campagna elettorale tra promesse e litigi

La campagna elettorale tra promesse e litigi

Cono d'ombra

Come nel 1948, l'Italia a un bivio

Come nel 1948, l'Italia a un bivio

Cono d'ombra

L'Italia e la NATO, dall'adesione a Berlinguer

L'Italia e la NATO, dall'adesione a Berlinguer

CONO D'OMBRA

Quirinale, l'elezione di Leone e la sconfitta di Fanfani

Quirinale, l'elezione di Leone e la sconfitta di Fanfani

Cono D'OMBRA

A dieci anni dalla Convenzione di Istanbul un volume della rivista Genere, soggettività e diritti della Pisa university press racconta cosa è stato fatto e cosa si potrebbe fare ancora per contrastare

A dieci anni dalla Convenzione di Istanbul un volume della rivista Genere, soggettività e diritti della Pisa university press racconta cosa è stato fatto e cosa si potrebbe fare ancora per contrastare i femminicidi

Diritto e giustizia

Enrico De Nicola primo Presidente

Enrico De Nicola primo Presidente

CONO D'OMBRA