Foti: «L’erede di Berlusconi non si fa in provetta, basta decisioni calate dall'alto»

Redazione
Antonio Foti

Antonio Foti

Antonino Foti, parlamentare di lungo corso e tra i fondatori di Noi con l’Italia, considerando quanto sta accadendo, rispetto al futuro dei moderati nel centrodestra sottolinea come l’erede di Berlusconi non debba essere trovato in provetta o con esperimenti calati dall’alto, ma debba essere condiviso dai partiti e soprattutto dai territori. Stesso discorso per un’eventuale scelta di federazione, che a lungo termine, non definisce negativa se approvata all’unanimità da tutte le forze.

Foti, ha rassegnato da mesi le dimissioni da Forza Italia. Secondo lei esiste ancora uno spazio per i moderati all’interno del centrodestra?

«L’abuso della parola moderati, in tal senso, sostituisce il buonsenso. Questo si trova nelle persone che fanno le istituzioni e i partiti. La scelta di Noi con l’Italia è proprio in questa direzione. E’ al governo non solo per aiutare gli italiani in un periodo non semplice, ma anche per condividere un percorso di ripartenza del Paese. Se la parola moderati significa questo ci siamo».

Toti-Brugnaro hanno lanciato un nuovo progetto chiamato Coraggio Italia. Secondo lei ha un futuro politico o è l’ennesimo partitino che durerà alcuni mesi? Sarà possibile un’intesa con Noi con l’Italia?

«Non so cosa fanno gli altri. Posso dire solo che Noi con l’Italia non è un movimento, ma un partito nato nel 2018 e che ha già disputato una competizione elettorale, con la raccolta di più di 600mila voti e l’elezione di 5 deputati. E’ la continuazione, quindi, di un’idea che ha rappresentato già la quarta gamba alle politiche e che adesso si è organizzata su tutto il territorio nazionale per dare un contributo allo sviluppo del Paese con idee e programmi».

Il dopo Berlusconi per il centro non sarà certamente semplice. Vede un leader politico per quest’area che non sia sovranista come Meloni e Salvini?

«I leader non si costruiscono in provetta. La scorsa settimana ci siamo riuniti in assemblea nazionale perché siamo convinti che la leadership si acquisisca sul campo. Ritengo, pertanto, che i futuri riferimenti dell’area verranno fuori anche dall’organizzazione delle competizioni. Immaginiamo, ad esempio, le fasi congressuali dove si dibatte o altro. Attualmente il nostro leader che pensiamo possa essere pure il riferimento più che rappresentativo dell’intera coalizione è Maurizio Lupi».

Non teme, però, che un eccessivo frazionamento delle forze centriste, possa far prevalere le destre nella coalizione?

«Non so i tempi per la proposta di federazione o partito unico. Certo è che la proliferazione di partiti è strettamente legata alla legge elettorale esistente, cioè un misto tra maggioritario, proporzionale e altro. Nell’attuale contesto sono indispensabili le alleanze».

Che pensa dell’idea della federazione o della fusione tra le forze del centrodestra?

«Non so se la fusione sia la migliore idea. Non bisogna certamente farla a tavolino, ma sentire i territori. Quando nacque il Pdl si avvertiva una volontà comune tra i partiti di unirsi. Sono contrario a decisioni calate dall’alto. E’ più interessante, invece, capire nella prossima competizione elettorale, soprattutto percependo le relazioni umane tra le persone, quale cammino gli elettori preferiscono. Detto ciò, penso che è irrealizzabile in tempi brevi, ma a lungo termine può essere più che una prospettiva».

Un tema su cui il centrodestra può ritrovarsi è certamente quello della giustizia. Firmerà il referendum?

«Certo. Abbiamo preparato già i banchetti per la raccolta delle firme, che serviranno non per modificare la legge, ma come grande stimolo a una riforma complessiva che manca da troppo tempo. Era un qualcosa, infatti, che bisognava fare già nel 2001, ma soprattutto nel 2008. Allora si decise di dividere la riforma con varie iniziative, come quella del lodo Alfano. Quello è stato un errore».

Da storico esponente del mondo moderato, non le sembra strano sostenere un qualcosa sponsorizzato da Salvini?

«Stimolare le istituzioni che oggi non rappresentano in Parlamento l’umore del Paese ritengo sia un dovere. La maggioranza degli italiani voleva una riforma complessiva, anche diversa da quella che è stata fatta. In politica, però, esistono i compromessi e bisogna accettarli. Stesso discorso vale per il ddl Zan, dove tutto sommato la volontà era trovare una convergenza che potesse veramente dare un contributo e migliorare la situazione, mentre invece si sta preferendo uno scontro che farà perdere tutti. Se la proposta decade, alla fine, non ci saranno effetti migliorativi per nessuno»

Concludendo con la sua amata Calabria, dopo la morte improvvisa della Santelli è iniziato, un periodo non semplice per il centrodestra nella Regione. Come uscire dal blocco?

«Il momento mi sembra piuttosto felice e non triste per il consenso che il centrodestra sta raccogliendo già in questa fase pre-elettorale. Con la scelta del candidato governatore, che dovrà essere una persona esperta, che conosce le problematiche di questa terra, sarà ancora più semplice cambiare pagina in una Regione molto complicata e troppo spesso dimenticata da Roma».

A cosa si riferisce?

«Basti pensare alle grandi infrastrutture come l’Alta Velocità, che non dipendono certamente dalle capacità dei politici locali. Una cattiva burocrazia, una pessima gestione delle risorse pubbliche arrivate negli ultimi 30 anni, non toglie le responsabilità di uno Stato centrale che quando ha fatto l’Alta Velocità da Roma a Napoli avrebbe potuto sostenere tranquillamente la spesa per estenderla fino alla Calabria o meglio ancora alla Sicilia, compreso il ponte sullo stretto che in una fase come questa certamente avrebbe aiutato l’economia dei territori. I problemi della Calabria e del Sud sono quelli dell’Italia. Non a caso, in passato, ho proposto una commissione d’inchiesta per scoprire cosa fosse successo trenta anni fa in Parlamento quando si decise di non far arrivare qui l’Alta Velocità. Vogliamo sapere ancora oggi se allora ha prevalso una lobby, quelli dei grandi costruttori automobilistici e soprattutto perché chi allora decise non tenne conto delle istanze provenienti dalle comunità, alla luce del fatto che sul piano economico l’investimento era sostenibile».

Considerando la sua lunga esperienza da parlamentare, darà un contributo alle prossime regionali o aspetterà le politiche?

«Darò una mano, pur non candidandomi in prima persona, nella formulazione della scelta dei candidati, soprattutto perché credo che in questa realtà ci sia bisogno urgentemente di sviluppo e ripresa. Se riparte la Calabria riparte l’Italia».

Di Edoardo Sirignano

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