Trattativa, Pizzolante pro Mori: «Ennesima infamia dei soloni dell'antimafia rivelatisi imbroglioni»

Sergio Pizzolante, politico e imprenditore, con un passato socialista e adesso dalla parte dei radicali nella battaglia per il referendum relativo alla giustizia, si schiera dalla parte della difesa del generale Mori, che nella mattinata odierna, ha chiesto l’assoluzione per l'assistito.

Redazione
Sergio Pizzolante

Sergio Pizzolante

La difesa di Mori parla di killeraggio mediatico. E’ d’accordo?

 


 
«Assolutamente sì! Questa della trattativa è un’infamia nei confronti di alcuni servitori dello Stato, come Mori, De Donno e Subranni. Si tratta di un’architettura giustizialista di parte contro un pezzo di Stato che l’evidenza dice si è sempre comportato in maniera seria e corretta, facendo il suo mestiere contro la malavita organizzata. Tanti soloni della cosiddetta antimafia si sono rivelati durante questi anni degli imbroglioni».

 


 
Non le sembra un controsenso che mentre Brusca, collaboratore di Riina è in libertà, chi ha arrestato il boss siciliano invece rischia la galera?

 


 
«E’ tutto un controsenso. E’ una profonda ingiustizia. La trattativa che ha portato Brusca a diventare collaboratore della giustizia, in base alla quale è stato messo in libertà, cos’è se non una trattativa Stato-mafia. Quella è la vera trattativa. Lo Stato da sempre ha cercato meccanismi di contatto con pezzi della malavita per lo scopo di creare meccanismi di infiltrazione per poterla combattere. Gli arresti che Mori e gli altri hanno fatto sono figli di una prassi investigativa che dura nei secoli, ovvero gli stessi meccanismi di alcuni magistrati e di altri pezzi dello Stato usati per combattere la mafia. La cosa paradossale, violenta e ingiusta è che si utilizzano gli stessi metodi e nello stesso tempo si attacca chi avendo usato mezzi assimilabili ha prodotto risultati che tutti conosciamo. Il meccanismo di contatto e di convincimento usato da alcuni magistrati e da alcuni pezzi del potere giudiziario nei confronti di Brusca sono non diversi da quelli usati da Mori nei confronti di altri esponenti della malavita. Lo scopo è sempre quello di combattere la mafia. Qui l’obiettivo, invece, è stato non combattere i criminali, ma chi li ha combattuti in una logica di potere interno».

 


 
Oggi, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, misure cautelari per 52 agenti, accusati di violenze durante il lockdown. La sorprende tutto ciò?

 


 
«Non conosco bene l’episodio, ma ho sempre la stessa preoccupazione o meglio ancora paura, ovvero che a un certo punto lotte di potere interne usano mezzi che dovrebbero usati contro la malavita per altri scopi».

 


 
Si parla tanto di riforma della giustizia. Condivide quanto sta facendo la ministra Cartabia?

 


 
«La ministra sul piano dei principi dice cose giuste e fondamentali, mentre su quello degli strumenti, quelli messi in campo sono assolutamente deboli. Fanno il solletico al potere che si è costruito dentro l’ordine giudiziario. Non tocca quelli che sono i fondamentali di una giustizia che deve tornare a essere giusta, non tocca la riforma del Csm, la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati. Occorre intervenire lì per cambiare profondamente. Su questo, per fortuna, sono in campo i referendum e ritengo che la spinta verso la vera riforma arriverà proprio da qui».

 


 
Considerando il suo passato politico, non si trova a disagio a sostenere un referendum sponsorizzato da Salvini?

 


 
«E’ Salvini che ha cambiato idea. La Lega è passata dal cappio al Parlamento ai referendum sulla giustizia giusta. Non sono le forze radicali, socialiste, liberali, libertarie, che hanno cambiato posizione. Siamo sempre stati dalla stessa parte. Se arriva anche Salvini è benvenuto. Spero che arrivino pure altri, così come che un pezzo del Partito Democratico esca dalla sua tradizione trentennale di servilismo nei confronti delle Procure e dei magistrati per entrare nel campo giusto, ovvero quello delle riforme della giustizia che sono diventate in Italia per lo strapotere delle Procure, delle correnti della magistratura, non più un fatto di ingiustizia, ma di democrazia e di ricostruzione dell’equilibrio democratico. Un partito che si chiama democratico non può non cogliere quest’occasione per ridare fondamenti stabili alla democrazia e alla giustizia».

 


 
Un pezzo importante come Bettini, però, già ha abbandonato da mesi l’area giustizialista. Perché la restante parte dei dem non lo segue?

 


 
«Bettini ha fatto molto bene. C’è, però, una parte assolutamente maggioritaria del Pd che è nata dentro la rivoluzione giustizialista e il golpe di Tangentopoli. Quella che Palamara chiama la regola del tre e cioè un procuratore, un giornale e un partito insieme sono più importanti del Parlamento e del governo, il partito è certamente stato il Pd negli ultimi 30 anni. Non mi meraviglia, quindi, che non ha intenzione di abbandonare quella linea sulla quale si è salvato dopo il crollo del Partito Comunista 30 anni fa e grazie alla quale ha continuato a vivere in questi decenni, con l’uso politico della giustizia, attraverso il quale ha sempre cercato di abbattere i propri avversari e nemici politici, da Bettino Craxi a Silvio Berlusconi. Quella piattaforma giustizialista è, quindi, dentro il dna del Pd, per fortuna non tutto, ma buona parte. Ora se vuole diventare un partito democratico, riformista e moderno non può far altro che abbandonare tale linea, altrimenti resta non credibile».

 


 
Di Edoardo Sirignano

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