Il punto

Do not come? Yes, we can

Oggi che si celebra la “Giornata del rifugiato” e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiede di rendere effettivo il diritto alla protezione dei migranti, risuonano maggiormente stridenti e contraddittorie le parole pronunciate da Kamala Harris

Michele Mele
Do not come? Yes, we can

Kamala Harris

Le parole hanno un peso per chi le pronuncia, che ricade maggiormente su chi le ascolta. La nostra stessa idea di comunità, e delle ramificazioni sociali da essa derivate,  si basa sull’inclusione del simile o del vicino in contrapposizione a una moltitudine di altri.

Oggi che si celebra la “Giornata del rifugiato” e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricorda che "La protezione della vita umana, il salvataggio dei profughi, il sostegno ai sofferenti nelle crisi umanitarie, l'accoglienza dei piu' vulnerabili, sono impegni cui la Repubblica Italiana, in collaborazione con l'Unione Europea e le organizzazioni internazionali, non si e' mai sottratta, anche nei tempi recenti segnati dalla pandemia”, tornano alla mente le parole rivolte qualche giorno fa dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ai migranti che sognano l’America, paradossalmente lo stesso sogno raggiunto dai genitori emigrati della numero 2 della Casa Bianca: «Do not come, do not come.If you come to our border, you will be turned back.» (“Non venite”...”se arrivate al nostro confine sarete rimandati indietro.”).

Parole che hanno un peso che ricade su chi le ascolta, lo avranno avvertito le migliaia di orecchie di coloro in cui hanno risuonato e a cui erano dirette da un podio in Guatemala. Spesso le parole vengono usate per lastricare le strade di speranza e sono capaci allo stesso modo di picconare i muri, oltrepassare i confini...non servono a questo quelle pronunciate della vice di Biden, presidente democratico Usa, Kamala Harris. Perentorio e quasi minaccioso il tono adoperato con sapienza, scandite e ripetute, sconvolgono per la carica di realtà che traghettano con loro: l’immigrazione, qualsiasi sia il punto di vista da cui si parte, rimane uno dei temi centrali, bramosi di gestione, del nostro tempo. L’integrazione infatti è un esperimento recente nella storia della nostra specie, partendo dalla cittadinanza mutilata concessa ai meteci della Grecia antica ed arrivando alle terribili ed infami leggi razziali del secolo scorso, i tempi di oggi sono decisamente gli unici in cui abbiamo deciso di prendere parte globalmente a questa scommessa. La nostra stessa idea di comunità, e delle ramificazioni sociali da essa derivate,  si basa sull’inclusione del simile o del vicino in contrapposizione a una moltitudine di altri. L’ideologia scompare lasciando il posto ad una necessaria opera di razionalizzazione delle risorse e delle politiche: i paesi industrializzati vengono rappresentati come isole felici, nessuno pare rendersi conto che dietro ai bimbi lasciati cadere oltre il muro del confine Sud degli USA o alle scialuppe della disperazione che  giornalmente solcano il mediterraneo ci sono mesi di vessazioni, stupri, ricatti; fino ad oggi la risposta data da una certa parte politica consisteva per lo più in retorica vuota, immancabilmente smentita dalle azioni: da noi, la già riconosciuta continuità di approccio del governo Conte 2 che il ministro Lamoorgese ha accordato al tanto vituperato Salvini pare assai esemplificativa. Le parole di Kamala in questo senso aprono gli occhi al mondo. Adesso,  appurato che il tema esiste, sarebbe forse troppo facile e limitante  appiattirsi sulle ricette politiche della parte opposta a quella della vice,di madre Indiana e papà Jamaicano; nascondendo forse così la nostra latente e storica xenofobia , parola da sottolineare soprattutto nel suffisso, dietro ad un complesso groviglio burocratico legislativo che dovrebbe essere tanto forte da arrestare la volontà di un genitore di proteggere i propri figli da un futuro di guerra,o fame che sia. L’obbligo dei paesi che hanno la fortuna di essere ancora considerati attrattivi dovrebbe essere quindi quello di ripensare la gestione dell’immigrazione, considerandone le tappe ed attestando misure di prevenzione, controllo e supporto; prima, durante, e soprattutto dopo il viaggio. Tralasciando tifo ed ideologia saremo costretti ad integrare, è il momento di prendere consapevolezza che che il vero nemico è rappresentato dalle diseguaglianze e l’unica via per vincere nella scommessa delle società dei nostri tempi consista nel tentare di appianarle considerando gli individui nel loro complesso. Bisognerebbe eliminare gli ostacoli e le barriere sia per colui che ha un colore della pelle meno comune ed una valigia di speranza; sia per colui che, disperato, non ha avuto accesso all’istruzione da lui desiderata e che si trova a dover competere al ribasso in termini di diritti e salari con coloro che condividono la sua condizione e sono ancora meno integrati di lui.

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