Il focus

La web economy quanto vale?

Qualcuno accosta l’economia digitale all’Internet economy o alla Web economy ma di fatto l’economia digitale ha un raggio molto più ampio rispetto a quello della Rete, visto che fanno parte della digital economy anche strumenti hardware e software.

Il Corriere Redazione
La web economy quanto vale?

Il primo a parlare di Digital Economy è stato nel 1995 Don Tapscott nel libro, divenuto presto un best seller, “The Digital Economy: Promise and Peril in the Age of Networked Intelligence”. Dopo di lui numerosi gli studiosi, gli economisti e gli specialisti mondiali che si sono dedicati ad analizzare un “fenomeno” tutto in evoluzione.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito a diversi cambiamenti che hanno interessato il nostro modo di vivere. Uno dei temi principali è quello della web economy.  Si tratta di un nuovo concetto basato sulle tecnologie informatiche che ne rappresentano il pilastro. Ossia è l’economia che ruota attorno al digitale. Qualcuno accosta l’economia digitale all’Internet economy o alla Web economy ma di fatto l’economia digitale ha un raggio molto più ampio rispetto a quello della Rete, visto che fanno parte della digital economy anche strumenti hardware e software. Il primo a parlare di Digital Economy è stato nel 1995 Don Tapscott nel libro, divenuto presto un best seller, “The Digital Economy: Promise and Peril in the Age of Networked Intelligence”. Dopo di lui numerosi gli studiosi, gli economisti e gli specialisti mondiali che si sono dedicati ad analizzare un “fenomeno” tutto in evoluzione.

La situazione in Italia

La situazione nel nostro Paese è piuttosto soddisfacente. Secondo gli esperti la web-economy italiana continuerà a crescere del 18% annuo per i prossimi 5 anni, ad un ritmo quindi considerevolmente più elevato di quello della Gran Bretagna (12%), della Cina (8%) e degli Stati Uniti (7%). Lo sostiene una proiezione di AJ-Com.Net che per la nostra web economy -nonostante il crollo del settore del turismo- stima una crescita del 10% maggiore rispetto al previsto.

Se prima del Coronavirus la domanda dell’e-commerce era trainata prevalentemente dal settore del turismo (20 miliardi di euro nel 2018), nel 2020 la bilancia si sposta verso altri settori, a partire dal food e beverage (24 miliardi di euro), advertising, marketing e relazioni pubbliche (14 miliardi), abbigliamento (12 miliardi), arredamento (11 miliardi), informatica ed elettronica (9,4 miliardi), incontri e dating online (8 miliardi), farmaceutico, wellness e beauty (7 miliardi), editoria, dvd e multimediali (6 miliardi), assicurazioni (4 miliardi), auto, moto e ricambi (1,2 miliardi) e beauty (1 miliardo).

Secondo quanto osserva AJ-Com.Net, negli anni che verranno la web-economy avrà un valore sempre maggiore rispetto ai settori economici tradizionali. Nel 2020 si arriverà al 48% della popolazione planetaria che utilizzerà i canali digitali per fare acquisti. A far lievitare questa stima è in particolare l’emergenza sanitaria determinata dal Coronavirus, che porterà le stesse aziende ad incentivare questa forma di acquisto, mettendo a disposizione -soprattutto nei Paesi meno digitalizzati- le risorse necessarie, come già da anni sta facendo McDonald’s attraverso l’introduzione degli innovativi “totem touch screen” per un servizio di ristorazione ancora più rapido.

Gli italiani, insomma, si spostano sempre più sul canale digitale ed è così che le “dot com” cresceranno quest’anno ad una velocità quintupla rispetto alle aziende tradizionali, con enormi benefici economici e sociali derivanti sia in termini di opportunità di business che di impatto sull’occupazione: basti pensare che negli ultimi 12 anni sono stati creati in Italia oltre un milione di nuovi posti di lavoro collegati al web.


Il futuro

Il futuro della web economy sembra dunque essere sempre più roseo e riguarderà sempre più settori come quello dei giochi online (pensiamo ai blackjack o ai casinò games in genera), lo shopping online, i viaggi e tanto altro. Come ci insegna la storia ogni rivoluzione industriale parte da un’innovazione, da un’idea distruttiva; nemmeno la quarta rivoluzione industriale di cui siamo protagonisti è da meno. Questa volta, si tratta della digital disruption, ossia della necessità di cambiare processi, procedure e relazioni includendovi il fenomeno della digital trasformation, la nuova economia basata su nuove tecnologie digitali di comunicazione (in inglese ICT). Questo significa che digital economy e internet economy sono sinonimi? No, o meglio, l’internet economy composta dagli strumenti tecnologici e dalla rete è la base della digital economy, l’economia digitale che vede costante lo scambio di informazioni e dati attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. Essere protagonisti di una rivoluzione industriale, però, non significa essere sempre pronti al cambiamento che la stessa comporta, l’Italia, per esempio, secondo l’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi 2019) elaborato dalla Commissione europea, si piazza al 24esimo posto e ancora molta strada da fare. In futuro avremo sempre più a che fare, ad esempio, con lo smart working che è uno degli strumenti più importanti e interessanti della web economy. 

L’avanzare di smart working e lavoro flessibile, grazie a strumenti di connessione e piattaforme di condivisione delle informazioni, l’organizzazione aziendale può essere più fluida e il team può lavorare in ufficio come su una spiaggia caraibica, il dipendente ha più autonomia nella gestione del suo tempo, ma l’azienda deve “fidarsi” e riposizionarsi su un risultato ad obiettivo più che sulle 8 ore del full-time.

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