Il Labiale

Il sacrificio di Aldo Moro e Peppino Impastato

Oggi, che l'Italia sta vivendo l'ennesimo momento difficile della sua storia, la memoria deve servire a ricordare e a capire che si può combattere e vincere contro qualsiasi nemico.

Sabino Labia
Il sacrificio di Aldo Moro e Peppino Impastato

Aldo Moro e Peppino Impastato

"La notte della Repubblica" e "I cento passi" sono i titoli rispettivamente, di una trasmissione televisiva ideata e condotta da Sergio Zavoli e di un film diretto da Marco Tullio Giordana che raccontano in maniera unica il sacrificio di questi due uomini.

Il 9 maggio 1978 é una di quelle date che é entrata in maniera brutale nella nostra memoria. Allo stesso tempo, per chi ha vissuto quel giorno, ha una sua devastante peculiarità; si ricorda esattamente dove eravamo e cosa stavamo facendo. Quarantadue anni fa, furono ritrovati, a chilometri di distanza, i corpi di due uomini che avevano deciso di combattere una personale battaglia contro nemici, all'epoca invisibili, che in maniera subdola e sanguinosa si erano impossessati del Paese. Stiamo parlando di Aldo Moro e Peppino Impastato. I nemici erano il terrorismo e la mafia.
Delle due, la vicenda Moro é quella che rientra maggiormente nell'immaginario collettivo di tutti. Alle h 13,15 del 9 maggio in via Caetani a Roma, venne ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa il corpo dello statista democristiano crivellato di colpi e avvolto in un plaid. Ancora oggi, é una scena indelebile negli occhi di ognuno di noi. Nonostante ai tempi non esistessero i social e le riprese televisive fossero esclusiva della Rai, quelle immagini sono scolpite nella memoria come se in quella strada del centro di Roma, a pochi passi dalla sede della Democrazia Cristiana in Piazza del Gesù e del Partito comunista in via delle Botteghe oscure, fossimo stati presenti con i nostri telefonini a riprendere il dramma di un Paese. Centinaia di persone, forze di Polizia, agenti dei Servizi Segreti italiani e stranieri. E Francesco Cossiga, ministro dell'Interno che, guardando dal vetro posteriore della macchina, si faceva il segno della croce, subito dopo imitato da chi lo circondava. Tutti intorno a questa piccola auto che al suo interno, in un bagagliaio dalle dimensioni ridottissime, rispetto alle macchine a cui siamo abituati oggi, conteneva il corpo di uno dei più grandi politici che la storia repubblicana avesse mai avuto la fortuna di avere ma che non aveva voluto far nulla per salvarlo dalla follia terroristica.
Con quella scena si concludono i 55 giorni di una tragedia cominciata il 16 marzo in via Fani dove un commando di brigatisti, di cui non si saprà mai la reale composizione, aveva assaltato in perfetto stile militare l'auto del Presidente della Democrazia Cristiana e della sua scorta. Nello scontro a fuoco persero la vita cinque agenti.
C'è chi, in questi giorni e in maniera forse un po' forzata, abbia voluto trovare alcune similitudini con i nostri 55 giorni di lockdown contro il Coronavirus, cominciati il 9 marzo e terminati il 3 maggio. Tuttavia, se per un attimo ci fermassimo ad analizzare le due vicende, vedremmo effettivamente delle analogie. Un intero popolo che, con uno stato d'animo di preoccupante attesa, ha accettato in maniera composta di collaborare in difesa della Nazione contro il nemico comune. Allora come oggi un Governo che più che fare annunci in televisione sembra essere disarmato nella guerra contro il terrore. Da ultimo le task force. Oggi ne abbiamo avuto un'overdose con esperti di ogni materia dello scibile umano. Nel 1978 vennero istituiti i primi comitati di crisi; nel Governo, nelle Forze dell'ordine, nei Partiti. Una, la principale, fu quella presieduta dallo stesso Cossiga e composta per la sua quasi totalità da personaggi iscritti alla loggia massonica P2.
In quello stesso giorno, il 9 maggio 1978, in Sicilia, a Cinisi, un piccolo paese a pochi chilometri da Palermo venne ritrovato, alle prime ore del mattino sui binari della tratta ferroviaria Trapani-Palermo, il corpo dilaniato del giornalista Peppino Impastato. Per anni quella tragedia é passata sotto silenzio per due motivi: uno per la terribile coincidenza temporale con il caso Moro. L'altro perché agli italiani il nome di Impastato non diceva assolutamente nulla. A queste due, però, va aggiunto il fatto, ancora più atroce, che si fece di tutto per far passare la morte di un ragazzo di soli trent'anni come un suicidio avvenuto con il tritolo.
Già, perché uno se decide di suicidarsi, piuttosto che spararsi, si fa saltare in aria. Ma questo é il bello dell'arte dell'insabbiamento delle indagini nel nostro Paese. Eppure quel ragazzo, é stato colui che ha affrontato da solo la mafia definendola "una montagna di merda" e uno dei suoi boss, Gaetano Badalamenti, il suo carnefice, "Tano seduto". Nel 1976, con la collaborazione di alcuni amici, fonda “Radio Aut”, un'emittente privata autofinanziata, era il periodo delle radio libere. Attraverso quelle frequenze, denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, a cominciare proprio da Gaetano Badalamenti. "Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale (Peppino si era candidato nelle liste di Democrazia Proletaria), viene rapito e fatto saltare in aria con una carica di tritolo posta sotto il corpo e adagiato sui binari della ferrovia." (Centro documentazione Giuseppe Impastato)
Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, il fondatore del primo pool antimafia e assassinato nel luglio del 1983 sempre con il tritolo, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Soltanto il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconobbe Vito Palazzolo colpevole e lo condannò a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti venne condannato all’ergastolo. Alla verità si é arrivati grazie alla costanza e alla forza della madre e degli amici di Peppino Impastato.
"La notte della Repubblica" e "I cento passi" sono i titoli rispettivamente, di una trasmissione televisiva ideata e condotta da Sergio Zavoli e di un film diretto da Marco Tullio Giordana che raccontano in maniera unica il sacrificio di questi due uomini. Oggi, che l'Italia sta vivendo l'ennesimo momento difficile della sua storia, la memoria deve servire a ricordare e a capire che si può combattere e vincere contro qualsiasi nemico.

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Commenti all'articolo

  • luisa.catapano

    18 Maggio 2020 - 10:11

    Non credo si possano paragonare questi due omicidi , dei quali sappiamo tutto o quasi, col Covid.19, di cui purtroppo sappiamo ben poco.

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