Il Lievito e la Pietra

L'Altare della Reposizione come resistenza culturale

Rosaria Fortuna

03 Aprile 2026 - 18:00

Eboli, Santa Maria della Pietà, Altare della Reposizione

Il Giovedì Santo, in quell'ora sospesa che precede il silenzio del Venerdì, le chiese si trasformano. Non sono più solo luoghi di culto, ma stazioni di sosta per un’umanità in cammino. Gli altari della Reposizione — impropriamente ma affettuosamente chiamati "Sepolcri" dal sentire popolare — rappresentano uno degli ultimi legami viscerali tra il sacro e il tessuto sociale delle nostre comunità. Anticamente era il tempo dello "struscio", un rito collettivo dove il sacro si mescolava al profano, dove il camminare diventava una preghiera fisica. C’è una regola non scritta, antica come il borgo: le chiese da visitare devono essere in numero dispari. Non è mera superstizione, ma un’aritmetica dell’anima legata storicamente al pellegrinaggio delle sette basiliche romane per ottenere l’indulgenza, o alla meditazione sui dolori della Madonna e sulle cinque piaghe di Cristo. Il numero dispari diventa così simbolo di una perfezione spirituale che non si chiude in se stessa, ma spinge a non fermarsi, a cercare ancora, in un cammino di fede e memoria. Sebbene la devozione popolare li chiami "sepolcri", questi altari non celebrano la morte, ma la presenza viva di Gesù nell'Eucaristia dopo l'Ultima Cena e la sua solitudine nel Getsemani. Oggi, però, l’altare della Reposizione non è più solo un apparato effimero di fiori e candele. È un atto di resistenza sociologica. In un mondo che corre verso una smaterializzazione digitale e una perdita d’identità che non risparmia neanche i simboli più intimi, comporre queste scene è un modo per piantare i piedi nel fango fertile della storia. C’è una tensione profonda tra la bellezza che vediamo e la provenienza degli elementi che la compongono: un paradosso globale che bussa alle porte della sagrestia.

Dialogo con Don Michele: La Teologia del Quotidiano

Nella penombra della Collegiata di Santa Maria della Pietà in Eboli, fondata nella seconda metà del Settecento, ufficializzata parrocchia da monsignor Michele Raffaele Camerlengo, Don Michele Marra osserva l'opera finita. Non c'è l'oro dei trionfalismi barocchi, ma la forza degli elementi primordiali.

Don Michele, quest’anno l’altare parla una lingua domestica, quasi antica. Da dove nasce questa composizione?

«Nasce da un verso del Vangelo di Matteo: “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata”. Ho voluto che quest’anno la Reposizione non fosse un’esposizione di ricchezza, ma un richiamo alla trasformazione silenziosa. Sull’altare, accanto al pane, c’è il lievito madre. È la presenza di Dio che penetra nel mondo, che non fa rumore ma gonfia la massa, la rende viva. Mettere il lievito sull'altare significa dire che la grazia agisce dall'interno della nostra umanità, spesso pesante e inerte.»

Eppure, guardando i materiali, si avverte una sottile malinconia.

«È la realtà del nostro tempo. Preparare un altare oggi è diventato un esercizio di consapevolezza dolorosa. Gran parte di ciò che vedete arriva da lontano: il grano dall'Ucraina, segnato dai conflitti; i fiori che spesso viaggiano per migliaia di chilometri. La tradizione florovivaistica campana, un tempo vanto e sostentamento delle nostre terre, sta scomparendo sotto il peso dei costi e della logistica globale. È un pezzo della nostra anima che si sfilaccia.»

Dunque costruire oggi il "Sepolcro" diventa un atto politico, nel senso più alto del termine?

«Sì, è un modo per testimoniare la follia del presente. In un’epoca di smarrimento identitario, dove tutto è intercambiabile e nulla ha più radici, curare questo spazio è un atto di fedeltà. Non è solo identità religiosa, è identità culturale e umana. Usare le mani per intrecciare i fiori, sentire l'odore del pane e del lievito, significa riappropriarsi del tempo e dello spazio. In questo luogo, dove l’anima ancora cerca un appiglio, l’altare della Reposizione diventa il nostro modo di dire che siamo ancora qui, pronti a lievitare, nonostante tutto il buio che ci circonda.»

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