L'evento

L'eredità di Robert Capa, “il migliore fotoreporter di guerra nel mondo”, alla Galleria Estense di Modena

Robert Capa, ungherese di Budapest il cui vero nome era Endre Friedmann, non era solo “il migliore fotoreporter di guerra nel mondo” o “l’uomo del bianco e nero”. Capa, era anche “a colori”, come dimostrano le oltre 150 immagini in mostra alla Galleria Estense di Modena.

Lucia La Gatta

11 Febbraio 2022 - 14:36

La mostra, nata da un progetto di Cynthia Young, curatrice della collezione al Centro Internazionale di Fotografia di New York, intende illustrare il particolare approccio di Capa verso i nuovi mezzi fotografici e la sua straordinaria capacità di integrare l’uso del colore nei reportage realizzati tra il 1941 e il 1954, anno della morte.

Lo sbarco in Normandia, la guerra civile spagnola, l’invasione della Cina da parte del Giappone o la guerra d’Indocina, durante la quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni. Robert Capa, ungherese di Budapest il cui vero nome era Endre Friedmann, non era solo “il migliore fotoreporter di guerra nel mondo”, come lo aveva definito nel 1938 la prestigiosa rivista inglese Picture Post, o “l’uomo del bianco e nero”, la cui urgenza si leggeva in tutte le foto scattate in gran parte fin dentro il cuore del conflitto. Capa, era anche “a colori”, come dimostrano le oltre 150 immagini in mostra alla Galleria Estense di Modena.

Nel 1938 Capa iniziò a sperimentare le pellicole a colori; appena due anni prima la Kodak aveva sviluppato la Kodachrome, il primo rullino fotografico a colori. Durante i mesi in Cina per documentare la guerra sino-giapponese, scrisse a un amico dell’agenzia Pix di New York: “Per favore mandami 12 rullini Kodachrome con le istruzioni complete; se ci vogliono filtri speciali, insomma, tutto quel che mi - serve sapere. Spediteli Via Clipper' perché ho un'idea per Life”. Solo quattro immagini a colori dalla Cina furono pubblicate, ma l’entusiasmo di Capa per il colore era appena nato. La mostra, nata da un progetto di Cynthia Young, curatrice della collezione al Centro Internazionale di Fotografia di New York, intende illustrare il particolare approccio di Capa verso i nuovi mezzi fotografici e la sua straordinaria capacità di integrare l’uso del colore nei reportage realizzati tra il 1941 e il 1954, anno della morte.

La maggior parte degli scatti a colori non erano mai stati presentati in un’unica mostra pur se qualcuno di questi era stato pubblicato da alcune riviste. Dopo il secondo conflitto mondiale, l’attività di Capa si orientò esclusivamente verso l’uso di pellicole a colori, soprattutto per fotografie destinate alle riviste dell’epoca come Holidaye Ladies’Home Journal(USA), Illustrated(UK), e l’italiana Epoca. Questa è l’altra faccia di Capa. Al fotografo ungherese piaceva tutto ciò che emanava fascino, charme e bellezza. Le donne, il buon cibo, gli abiti, il poker, o passatempi come lo sci e le corse dei cavalli. Ed ecco allora che sipassa dalle fotografie di moda lungo la Senna, a quelle scattate sui set fotografici con Anna Magnani, Ava Gardner, Orson Welles ed Humprey Bogart; dalle stazioni sciistiche delle Alpi, alle spiagge francesi, alle corse dei cavalli. In questo periodo realizzò anche una serie di ritratti, come quelli di Pablo Picasso, fotografato su una spiaggia con il figlio Claude. Tutto questo passando per le feste e la vita mondana della Roma della dolce vita e quasi non sembra ritrovare in queste immagini lo stesso occhio che catturò il miliziano colpito a morte in Spagna. Tra questi lavori si trovano le fotografie della Piazza Rossa di Mosca, realizzate durante un viaggio in URSS nel 1947 per un progetto insieme allo scrittore John Steinbeck un viaggio straordinario, lungo circa quattro mesi, tra Mosca, Kiev, Stalingrado e la Georgia, che diede vita ad un reportage fotografico e al famoso libro “Diario russo”.

Il fotografo ungherese va poi in Israele per la prima volta nel 1948 per un reportage sulla guerra arabo-israeliana, per tornarci nel 1949 per Holiday e per Illustrated con lo scrittore Irwin Shaw e ancora nel 1950 per documentare il processo di transizione della nuova nazione: ecco allora i ritratti degli immigrati, le celebrazioni ebraiche, i lavori di ricostruzione. E sono ancora ritratti e volti quelli realizzati per il progetto Generazione X, per il quale Capa andò in Norvegia e a Parigi a catturare la vita e i sogni delle giovani generazioni nate prima della guerra.

Nel 1954 fu invitato dalla Mainichi Press a recarsi in Giappone per sei settimane, con fotocamere giapponesi e una quantità illimitata di pellicole, per riprendere qualsiasi cosa desiderasse a patto che fornisse foto pubblicabili. Capa girò per i mercati, documentò le insegne, osservò la gente in visita nei templi e nei santuari e fotografò la festa dei bambini a Osaka, ma mentre si trovava in Giappone ricevette da Life la richiesta di sostituire il fotografo della rivista in Indocina. Raggiunse Hanoi il 9 maggio e il 25 dello stesso mese, con il reporter del Time John Mecklin e il corrispondente del gruppo Scripps-Howard John Lucas, lasciò Mandihn. Il loro convoglio viaggiava su una strada sterrata fra le risaie. Muovendosi verso Thaibinh, Capa lasciò il convoglio e prosegui da solo per fotografare i soldati che avanzavano attraverso i campi. Arrampicandosi su un argine per ritornare sulla strada, calpestò una mina e restò ucciso. Quelle furono le ultime immagini catturate dal suo occhio e la sua inseparabile macchina. 

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