La festa della donna

La lotta della camiciaie del sud Italia in America, quando l'8 marzo ebbe inizio il 23 febbraio

Molte di quelle operaie erano partite dal Sud dell’Italia, in particolare dalla Basilicata, dalla Campania, dal Molise, ma altrettante anche dal Piemonte e dalla Liguria

La lotta della camiciaie del sud Italia in America, quando l'8 marzo ebbe inizio il 23 febbraio

Il primo documento, in Italia, in cui si cerca di fare chiarezza sulla data ufficiale legata alla celebrazione dei diritti della donna è un bollettino del Pci del ‘49 (pubblicato appunto l’8 marzo), in cui si passano in rassegna le date più importanti che hanno accompagnato la storia delle donne nel Novecento. Una di queste date è il 23 febbraio. 

La strada per l’America era lunga ma altrettanto lunga era quella dei diritti delle donne (e lunga lo è ancora e non solo perché scioccamente esistono gli insulti sessisti, ma soprattutto perché esiste ancora un problema di genere nel lavoro femminile… Per non parlare della politica!). Già a fine ‘800, in un’Internazionale delle donne, a Berlino, Maria Montessori invocava la parità di salario fra uomo e donna, denunciando l’ingiusta condizione femminile. In seguito, durante uno storico congresso dei socialisti americani, come si sa, in mancanza dell’oratore invitato, prese, quasi con prepotenza, la parola l’attivista dei diritti delle donne, Corinne Brown, la quale dovette ritagliarsi, con forza, uno spazio  per parlare dello sfruttamento delle operaie proveniente da molti Paesi del mondo, delle loro discriminazioni sessuali e della possibilità, almeno sperabile, del suffragio universale. Molte di quelle operaie erano partite dal Sud dell’Italia, in particolare dalla Basilicata, dalla Campania, dal Molise, ma altrettante anche dal Piemonte e dalla Liguria. Era donne che partivano coi loro familiari, coi loro fidanzati, mariti, padri, quasi mai sole. Dalla fine dell'800 in poi, milioni di italiani e italiane, presero la nave per andare negli Stati Uniti d'America, oppure in altri Paesi in via di sviluppo e bisognosi di manodopera, come l' America latina ( Argentina, Venezuela, Brasile ecc..), il Canada e l' Australia.  Il primo periodo di forte emigrazione si manifestò tra la fine dell'800 e l'inizio del ‘900, almeno fino agli anni ’30. Nel primo decennio del nuovo secolo, l'Italia perse più di due milioni di abitanti. Lo scoppio della prima guerra mondiale interruppe temporaneamente il movimento migratorio, ma  il flusso  verso le  terre straniere riprese subito dopo la fine di questo drammatico conflitto. In alcune di queste donne, ormai lì, si sentiva forte la voglia di riscatto, era forte il desiderio di capovolgere quella loro esistenza invisibile nelle famiglie e nella società patriarcale, cercando la novità proprio nel Nuovo Mondo. 

Chi partiva per primo? L’uomo. C’erano uomini molto giovani, al seguito di un parente che in quelle terre c’era già stato. Molti di questi uomini erano lavoratori occasionali, alla ricerca di un impiego per guadagnare un po’ di soldi e tornare a casa prima possibile. Si trattava di persone che non si integrarono mai con il resto della popolazione americana e a stento impararono, poi,  l’inglese. Il tipo di emigrante era soprattutto di origine contadina. Gli artigiani erano pochissimi, solo un 20%, scarsi i mercanti e i professionisti. I quattro quinti provenivano dal Sud dell’Italia (Calabria, Campania, Abruzzo, Molise e Sicilia). Solo il 20% (900.000) viene dal Nord. Le famiglie composte di figlie, sorelle e mogli,  invece, raggiungevano gli uomini solo se questi decideva di restare per un bel po’ nella nuova terra “esplorata”. Nei primi anni del ‘900 tra gli emigranti la presenza dei contadini, dei giornalieri e dei braccianti oscillava tra il 55 e il 79%; tra le figure più richieste vi erano domestici, sarte e cucitrici, muratori, tagliapietre, calzolai, lavoratori di pellami, barbieri e marinai. Le donne erano molto richieste anche per le loro competenze sartoriali. Quasi la metà di queste persone erano analfabete, eppure, in molte donne, arrivate lì, iniziava a farsi sentire l’esigenza di una vita più rispettosa e indipendente. L’eco socialista, nelle fabbriche delle emigrate, si sentiva sempre più. L’Italia era ormai lontana. 

Le camiciaie venute dal Sud. 

Il Novecento è maturato per contraccolpi, a seguito di tanti fatti tragici, che pur nella loro tragicità, hanno impresso alla storia un’accelerazione nella presa di coscienza di molte situazioni di disagio. Non è chiaro quale sia stato il primo opuscolo pubblicato dalle operaie emigrate e in rivolta nelle aziende d’Oltreoceano. Non sono chiari i fatti dell’incendio noto del calzaturificio e non si sa neanche quante furono realmente le vittime, tuttavia il dato certo è la rivolta della camiciaie emigrate per le strade. Queste donne, a inizio secolo, nel freddo del febbraio newyorkese, parlavano di rivendicazioni dei diritti. Il primo documento, in Italia, in cui si cerca di fare chiarezza sulla data ufficiale legata alla celebrazione dei diritti della donna è un bollettino del Pci del ‘49 (pubblicato appunto l’8 marzo), in cui si passano in rassegna le date più importanti che hanno accompagnato la storia delle donne nel Novecento. Una di queste date è il 23 febbraio. 

Purtroppo, allora, agli inizi del secolo, i tempi non erano maturi per grandi trasformazioni, ma queste sparute voci fuori dal coro contribuirono alla nascita di un sentimento di rivendicazione o, perlomeno, all’inizio, contribuirono a far nascere nelle donne socialiste americane (spesso italo - americane) un senso di malessere: e non è facile che l’oppresso si renda conto del suo oppressore!  A proposito di oppressi, ricordo che a fine Ottocento, fu fondato il quindicinale “il Grido degli Oppressi” da Francesco Saverio Merlino, originario della Campania, trasferitosi a New York. Il giornalino parlava anche dei fatti italiani legati a Crispi eppure questo grido, ricordando i tanti soprusi della società, fra cui quelli subiti dagli emigrati, dimenticava le donne.  Intanto a New York iniziarono le manifestazioni, fino alla celebrazione ufficiale della prima giornata della donna il 23 febbraio 1909. E’ quindi ufficialmente da questa data in poi che viene a crearsi una festa dedicata alla consapevolezza della donna circa il suo status messo tradizionalmente e storicamente a margine del mondo maschile; il Partito socialista americano dette vita a una sezione a favore delle lotte femministe. 

Poi, come raccontano i libri di storia, nel 1910, 20mila operaie, soprattutto sarte delle camice, scioperarono per tre mesi a New York. Da qui, l’esigenza della Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, che istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. Pian piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale. Quell'iniziativa non ebbe un seguito immediato, ma alla fine dell'anno, il Partito socialista americano raccomandò a tutte le sezioni locali “di riservare l'ultima domenica di febbraio all'organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile”.  Lo scioperò delle operaie durò fino al 15 febbraio 1910. Il successivo 27 febbraio, di domenica pomeriggio, tremila donne celebrarono ancora il Woman's Day (era l’ultima domenica del mese di febbraio di quell’anno di battaglie per i diritti). 

La Conferenza di Copenaghen (del 1910)

 Il “Giorno della donna”, poi  svoltosi a New York, venne inteso come una manifestazione che unisse le rivendicazioni sindacali a quelle politiche relative al riconoscimento del diritto di voto femminile. Le delegate socialiste americane, consapevoli e rincuorate dalla manifestazione della giornata della donna, proposero la Seconda Conferenza Internazionale delle donne socialiste, tenutasi nella Casa del popolo di Copenaghen dal 26 al 27 agosto 1910 - due giorni prima dell'apertura dell'VIII Congresso dell'Internazionale socialista. Nell’ordine del giorno di quella Conferenza, e nelle risoluzioni approvate, non risulta – al momento - che le 100 donne presenti, in rappresentanza di 17 Paesi, abbiano istituito una giornata dedicata ai diritti delle donne: la notizia –a prescindere dalla data - risulta documentata nel Die Gleichheit di quelle due giornate. 23 febbraio o 8 marzo non importa. Conta solo quel lungo cammino mai terminato.

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