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Dacia e le donne, antiche e contemporanee

Augurando buon compleanno a Dacia Maraini riflettiamo su due temi a cui si è dedicati e che, in questa pandemia, ci sembrano fondamentali: il ruolo delle donne e il rispetto dei corpi.

Dacia e le donne, antiche e contemporanee

Dacia Maraini

Auguri Dacia, buon compleanno davvero, nonostante questo 2020 dai colori grigi che si perdono nei tuoi occhi contornati di matita azzurra indimenticabile! Auguri nonostante quest’ anno così sconvolto, così impoverito, così disumanizzato. Eppure, Dacia, per te che hai attraversato il mondo e la storia delle donne intellettuali, quest’anno dev’esserti sembrato una finestra di riflessioni su due temi, cui ti sei tanto dedicata. 

Le donne innanzitutto, quelle donne che nella pandemia – ahimè la pandemia è stata solo un altro pretesto - perdono il lavoro con percentuali doppie rispetto agli uomini, quelle donne che fra le mura domestiche non trovano un nido, ma la violenza livida della malattia maschile. Quelle donne che sono costrette ancora una volta a farsi da parte, perché c’è la pandemia, c’è il lockdown, c’è un’emergenza e le priorità sembrano sempre maschili, mentre le esigenze delle donne, spesso, si perdono nelle tasche dei pantaloni degli uomini, come canta il grande Roberto Vecchioni. Una volta hai detto: “Le donne non hanno ancora imparato a raccontare la propria storia, rivendicando il proprio punto di vista, le proprie battaglie, le proprie conquiste, i propri sogni, le proprie verità. Ma prima o poi ci riusciranno. E le farà sentire orgogliose il proprio sesso”! Questa frase la porto con me nei miei corsi in Università, nel mio vivere quotidiano, quando ascolto ancora storie di colleghe ricercatrici messe da parte, nonostante la grandezza delle donne nella scienza. Questa pandemia non ha solo sopito i nostri tanti interessi culturali, quelli che rendono una vita “la vita”: il cinema, il teatro, le presentazioni dei libri, le mostre, i convegni…Questa pandemia ha sottolineato e amplificato ogni problema sociale. Ieri, riprendendo l’interrogativo di Giulio Giorello, scrivevo qui in rubrica: “Ma l’Universo è amico della vita”? E rispondevo, stando al pensiero di Giulio, ma anche del grande Diamond e di molti altri filosofi della scienza: “sì”! Tutto passerà, perché l’Universo ha in sé una protezione verso le sue specie. Passerà il contagio, non ho alcun dubbio nella vittoria della Ricerca. Passeranno invece le disuguaglianze secolari? Chissà… Eppure mentre attraversiamo novembre, sentendo, anche per le strade di Roma, un odio sociale, esploso una sera a Prati (la rabbia sembra caratterizzare questa ulteriore ondata virale rispetto alla solidarietà di Marzo – Maggio scorsi), nelle terre d’Oltreoceano, una donna diventa grande protagonista della storia americana, tentando, con il presidente eletto, il difficile compito di ricucire gli strappi identitari di quell’America che ha deposto, per qualche tempo, il sogno americano, perdendosi – come molte parti del mondo – nel più becero populismo. 

Buon compleanno, Dacia, a te che conosci le donne, che conosci le donne del mondo e conosci soprattutto i saperi femminili. La grandezza del mondo greco, che ho scelto nei miei studi universitari, non si è risparmiata epiteti durissimi e misogini sulle donne, ripresi ancor’ oggi da Trump quando dice, con disprezzo, “donna cagna”. Eppure, senza scadere nell’inutile elogio della donna nel mondo antico, mi permetto comunque di ricordare che la mitologia, l’epica e la lirica greca hanno anche riservato grande considerazione al sapere femminile. Per esempio le uniche che dichiarano “superscienza”, contro una letteratura antica piena di topoi basati sul “non so”,  sono proprio le donne, umane e divine: le Muse, in Esiodo, sanno dire molte menzogne simili al vero con la poesia, ma sanno anche cantare la verità dei fatti; le Muse del poeta Ibico di Reggio Calabria sono istruite e Teocrito invoca la dea «che tutto sa» e nelle Siracusane  si rivolge alle donne che «sanno tutto, anche come ha fatto Zeus a sposare Era». E poi ci sono le Sirene, quelle dell’Odissea, che con forza dichiarano: «Noi tutto sappiamo, tutti gli eventi umani e i casi dei giorni terreni». La donna volpe del poeta Semonide è onnisciente; invece la buona Euriclea, balia di Ulisse, nell’Odissea «sa molte cose»; ricordo anche la piccola Eidò che, nell’Elena di Euripide, è colei che «conosce tutto il mondo divino, presente e futuro». Omero, invece, da uomo riconosce di non sapere niente e rivolgendosi alle dee afferma: «voi infatti siete dee donne e siete presenti e sapete ogni cosa, mentre noi soltanto la fama ascoltiamo e nulla sappiamo». 

Auguri Dacia, anche da questo enorme Mediterraneo di miti che hai saputo raccontare, valorizzandone il punto di vista femminile. Tu che sei la più grande scrittrice italiana, insieme a Eva Cantarella, grande interprete del mondo greco, sei anche per noi donne, che alcuni definiscono giovani (il giovanilismo a tutti i costi è peraltro un grande tarlo contemporaneo), l’esempio di chi ha saputo raccontare il corpo della donna, la vita in relazione alla maternità ferita, le battaglie personali che lasciano morti sul fondo dell’anima.  Da tuo padre, Fosco, per metà inglese e per metà fiorentino, grande etnologo e autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente, hai imparato a indirizzare lo sguardo al mondo, uscendo dai propri piccoli confini.  La tua famiglia, ricordo ai lettori, si era trasferita in Giappone nel ’38, con tuo padre che portava avanti uno studio sugli Hainu, una popolazione in via di estinzione stanziata nell’Hokkaido; tu hai subito anche il campo di prigionia in quei luoghi. 

Buon compleanno Dacia, a te che hai saputo raccontare con dolcezza l’amore con Alberto Moravia, gli esordi letterari a Roma, i tuoi personaggi, da Santa Chiara a Marianna Ucria, da Maria Stuarda a Veronica Franco, dando uno sguardo alla femminilità di ogni epoca. 

I GIORNI DI ANTIGONE

Auguri Dacia da questo Mediterraneo che si è inventato il mito e il dialogo e che oggi subisce, contro il suo volere, l’onta del diventare un cimitero di corpi. In un tuo articolo sul “Corriere della Sera” del 2004 hai parlato della pietà. Sì, in fondo l’eu- sebeia viene prima della pietas e porta con sé quel bene che è anche fatto di rispetto. Come ci sembra lontana questa parola quando, proprio ieri, abbiamo letto di circa 170 morti dispersi al largo della Libia, di frigoriferi che contenevano i corpi dei migranti…

E vengo così al secondo tema, che ti è caro e sul quale avrai potuto riflettere in questa pandemia: il rispetto dinanzi al corpo. Certo Enea, oggi lo citano di continuo, ma l’eu-sebeia per me nasce con l’Iliade, quando Priamo, non visto da nessuno, giunge all’accampamento dei Greci. Tutti restano sbigottiti: davanti a loro il re nemico, nel campo nemico!  “Il nemico” in persona è lì davanti ed è un vecchio fragile, un padre distrutto dal dolore, perché ha perso il figlio. Nessuno sa bene che cosa fare in quel momento, uno dei più intensi di tutta la letteratura di ogni tempo. Priamo, affranto, si getta immediatamente alle ginocchia di Achille e lo prega di restituirgli il corpo del figlio affinché possa piangerlo e onorarlo insieme ai suoi cari. Priamo per convincere il famoso eroe, gli ricorda il padre, Peleo, e Achille stesso si abbandona al ricordo… E piange. Achille acconsente a restituire il corpo, nonostante le rivalità restino intatte fra i due. Eppure quel corpo, il corpo di defunto merita rispetto, onore e degna sepoltura. Che dolore pensare a quei migranti sul fondo del mare, senza padri, senza madri, senza tombe! Che dolore pensare a quanti sono morti da soli nella pandemia! Che dolore vedere le immagini del corpo che diventa nemico durante il contagio. Questa pandemia ha rivoluzionato la percezione dei corpi, perché il tuo “nemico” è la persona a cui vuoi più bene (eppure possibile fonte di contagio). Passerà, dicevamo poche righe fa, ma intanto occorre recuperare un po’ di pietà contro l’insevaltichimento – parola che sto usando spesso - di questi mesi. Auguri Dacia, a te che hai saputo ricordarci di Antigone e di come la pietà sia la migliore fra le leggi che l’uomo ha in sé naturalmente. 

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