L'Ironlady

Kamala, non solo una Penelope che va alla guerra

Joe e Kamala. L'onda Kamala sarà decisiva accanto al nuovo Presidente Usa. La Vice di Biden, insieme ad altre donne dello staff di Obama, sta risvegliando le donne d'America e le minoranze.

Kamala, non solo una Penelope che va alla guerra

Joe e Kamala, anzi Kamala e Joe. Rappresentano entrambi la prima vera buona notizia per il mondo del 2020, per la democrazia e i suoi contraccolpi, per le donne ancora bistrattate sul lavoro. Tutt’ Europa si è complimentata con loro, tutti i capi di Stato hanno tirato un respiro di sollievo, con i vertici di Bruxelles in testa, con il Vaticano accanto, sognando di tornare a una vera sponda atlantica. Non cediamo a facili manicheismi: la democrazia non è morta con Trump, ma non per merito del tycoon, bensì per la stessa forza che la democrazia ha, nonostante i notevoli buchi causati dalla contemporaneità. Non pensiamo semplicisticamente che la Corte Suprema sia in mano a un manipolo di trumpiani: sì, c’è uno schieramento di conservatori, ma lo strascico di Trump – pur forte, ahimè, nell’America lacerata – può essere attenuato dagli stessi repubblicani di buonsenso, che non si sono sentiti rappresentati dal reality di Donald messo in atto dal 2016. Non identifichiamo banalmente i repubblicani con Trump: lui è stato l’essenza del sovranismo, l’appoggio al populismo che danneggia i più svantaggiati, promettendo facili soluzioni, ma non è l’anima del partito repubblicano. Qui lo scrivevamo ad Agosto, ma lo riconfermiamo con molto più convinzione: anche i repubblicani devono riflettere su se stessi, su che cosa Donald Trump ha portato all’America in questi ultimi anni e in questi ultimi mesi di pandemia. 


NEL PRIMA E NEL DOPO KENNEDY IL PATTO FRA DEMOCRATICI E REPUBBLICANI

Repubblicani e democratici, per lungo tempo, hanno mantenuto saldo il patto nel nome dell’antirazzismo, pur mantenendo le altre ovvie differenze politiche in tema di economia, sanità, giustizia, ambiente. Trump ha pericolosamente indebolito un lungo percorso di costruzione dei diritti, che solo alcune donne possono salvare, proprio per mettere sovranismo e populismo all’angolo. Michelle Obama, ad esempio, aveva detto fermamente: "Donald Trump è il presidente sbagliato per il nostro Paese"!  La moglie di Obama, nel suo discorso in streaming a causa della pandemia, aveva ricordato che "ogni volta che guardiamo a questa Casa Bianca appellandoci a una guida o in cerca di  consolazione, o di qualsiasi parvenza di fermezza, ciò che vediamo è il caos, la divisione e una totale e completa mancanza di empatia". Mai una ex first lady era stata così dura nei confronti di un presidente degli Stati Uniti ancora in carica, arrivando a definirlo un uomo privo di competenza, di carattere e persino di decenza. Notevole anche l’attacco dell’ex presidente Clinton: “In un tempo difficile come questo, la stanza ovale dovrebbe essere un centro di comando. Invece è solo un centro di tempeste. C'è solo caos. Solo una cosa di Trump non cambia mai: la sua determinazione a negare ogni responsabilità e a scaricarla su altri". I Repubblicani, scegliendo Trump, hanno tradito quel patto storico sulla lotta all’antirazzismo, ma da questi mesi in avanti inizierà inevitabilmente una nuova riflessione, che sarà affidata, sempre più, nella politica americana, alle donne. 


NON È SOLO PENELOPE CHE VA ALLA GUERRA. 

Biden, come si apprende di ora in ora, manterrà un buon numero di protagoniste obamiane e già si ipotizza che fra la Difesa, la Giustizia e altri ruoli chiave, ci saranno donne al comando. Non è solo Penelope che va alla guerra, per dirla con l’amata Fallaci, ma è un profondo movimento di rinnovamento che passa, con risultati buoni e a volte con risultati più scarsi -  per il MeToo, per il Black Lives Metter, per le ambientaliste. Tutto questo ora si concentra nelle scelte di Kamala Harris, la vice presidente che – al contrario di tutti i vice della storia americana – è un personaggio chiave. Si è battuta per i diritti delle donne, si è battuta, negli anni universitari, per l’apartheid, ma torneremo ancora su Kamala nei prossimo giorni con una maggiore documentazione. Intanto questa donna ci riporta al sapore forte del movimento femminista americano, un’onda che non si è mai veramente fermata. Sappiamo bene che dopo la Seconda guerra mondiale, il movimento acquistò maggior valore con la conquista del diritto di voto. Questa è storia notissima, che qui non si ha la pretesa di sintetizzare. Ma chi erano le vere protagoniste? Facciamo solo pochi nomi, perché sono tante e spesso sono state anche donne dell’America latina, ma qui non ci è possibile soffermarci su tutte. Un ruolo importante va riconosciuto a Betty Friedan, la quale, nel saggio The Feminine Mystique (1963), analizzò i nuovi caratteri dell’oppressione femminile nella società industriale,mettendo in evidenza il contrasto tra le capacità femminili i ruoli affidati. Altre importanti autrici americane furono Kate Millet, la quale scoprì nel matriarcato la base di ogni potere (Sexual Politics, 1970); e Shulamith Firestone (The Dialectic of Sex, 1970), che auspicò una rivoluzione femminista capace non solo di mettere in discussionela cultura occidentale, ma anche modificare la politica.
I movimenti femministi son stati tanti, ma quello americano ha componenti ben marcate: la lotta istituzionale, la via delle “controistituzioni” femminili e l’analisi complessiva della società di stampo marxista, che indaga il ruolo anche del corpo delle donne. Seguì, come sappiamo, nel ’67 una Carta dei Diritti della Donna, dove si mettevano in evidenza le discriminazioni di genere. Il movimento femminista si radicalizzò negli Usa e nacquero movimenti collettivi spontanei qui e là, dalla East Coast al South West. Questo nuovo modo di organizzarsi fu chiamato “nuovo femminismo“. Il MeToo ha provato a incarnare tutto questo, ma con meno rigore, con meno cultura, con meno prospettive serie. Tuttavia le donne hanno ripreso la parola e il miglior esempio possibile è quello della Harris. I detrattori e molte detrattrici, visto che la solidarietà femminile è ancora molto lontana dal far fronte comune, hanno definito, quello di Kamala, un femminismo di facciata. Eppure quello della vice presidente degli Stati Uniti è il femminismo più completo e meno legato all’ostentazione, poiché rappresenta le donne, le loto discriminazioni, ma unisce altri tipi di discriminazione insieme a quelli di genere, per esempio l’attenzione alle minoranze. Assurdo peraltro esprimersi ancora con questo termine. 

I millennials americani appartengono per il 44,2% a minoranze etniche e in totale rappresentano più di un quarto della popolazione. Altro che minoranza! Il trend dunque è visibile in una generazione, ma, allargando lo sguardo a chi è nato nel precedente millennio, si può avere conferma di una crescente presenza delle minoranze, che si possono definire tali solo con l’idea culturale di valorizzare il patrimonio prezioso delle diversità etniche. 

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