Lo scontro
06 Aprile 2026 - 19:50
“Il governo Meloni, mentre fa affari su gas e petrolio con regimi che violano i diritti umani, di fatto censura un lavoro che chiede verità e giustizia.”, attaccano le opposizioni
Può il diniego a un finanziamento pubblico trasformarsi nella cartina di tornasole del rapporto tra politica, cultura e verità? Nel caso di “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”, il docufilm diretto da Simone Manetti e già vincitore del Nastro della Legalità 2026, la risposta è sì. La decisione degli “esperti del ministero della Cultura” di non sostenere l’opera con fondi pubblici è deflagrata in Parlamento: Partito democratico, Più Europa e Alleanza Verdi e Sinistra hanno depositato interrogazioni alla Camera rivolte al ministro della Cultura Alessandro Giuli, chiedendo conto di quella che definiscono “una scelta politica e non artistica”. Sullo sfondo, la storia del ricercatore italiano Giulio Regeni, rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016, una ferita ancora aperta nel Paese, senza un motivo accertato né un colpevole.
IL CASO: UN NO CHE FA RUMORE
Il documentario, prodotto da Fandango di Domenico Procacci insieme a Ganesh di Mario Mazzarotto, ripercorre una vicenda che ha scosso e indignato l’Italia. Nonostante il riconoscimento al Nastro della Legalità 2026 e l’uscita in sala, la commissione tecnica del ministero avrebbe giudicato l’opera “di scarso interesse culturale”, negando i contributi previsti per le opere cinematografiche. Per i produttori e per una parte del mondo politico e culturale, è una decisione “oltre la fantascienza”, una “censura che nega la ricerca di verità”. A rendere ancor più evidente la frattura tra valutazione pubblica e ricezione sociale, c’è l’iniziativa della senatrice Elena Cattaneo: ben 76 università italiane hanno aderito per proiettare il docufilm negli atenei. È un dato che interroga: come si concilia la qualificazione ministeriale di “scarso interesse” con l’attenzione suscitata nel mondo accademico?
LE VOCI IN PARLAMENTO: DOMANDE AL MINISTRO GIULI
La capogruppo democratica alla Camera, Chiara Braga, ha invocato “risposte immediate”, annunciando un’interrogazione a prima firma della segretaria Elly Schlein e dei componenti della commissione Cultura del Pd. “Parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale. È una valutazione di natura politica quella che ha portato all’esclusione dal sostegno pubblico?”, chiedono i dem, che collegano l’episodio alle “criticità” della riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta dal governo di Giorgia Meloni, riforma che, secondo loro, “ha di fatto riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata”. Non meno dura la posizione di Più Europa. “Nell’Italia di Giorgia Meloni e Alessandro Giuli, gli viene negato il finanziamento pubblico perché di scarso interesse culturale”, afferma il segretario Riccardo Magi. “A questo punto, i casi sono due: o la commissione del ministero è totalmente incompetente oppure c’è stato un mandato politico.” In entrambi i casi, per Magi, si tratterebbe di “un fatto talmente grave e incredibile” da richiedere un chiarimento urgente in Parlamento. Sulla stessa lunghezza d’onda, Angelo Bonelli (Avs) parla apertamente di “bavaglio”: “Si impedisce di portare nelle sale un’opera che racconta una verità che evidentemente si preferisce non mostrare. O il ministero non è stato in grado di riconoscere il valore dell’opera, oppure ha avallato una decisione politica.” E chiude con un’accusa che punta oltre i confini nazionali: “Il governo Meloni, mentre fa affari su gas e petrolio con regimi che violano i diritti umani, di fatto censura un lavoro che chiede verità e giustizia.”
CENSURA O SCELTA TECNICA? LE PAROLE CONTANO
C’è una domanda, tutt’altro che retorica: negare un finanziamento equivale a censurare un’opera? Dal punto di vista giuridico, no. Il docufilm è uscito in sala e trova una diffusione autonoma nelle università. Ma nel lessico politico e civile, il confine si fa sottile. Quando un’opera che rivendica un evidente valore di testimonianza civile viene bollata come “di scarso interesse culturale”, l’effetto simbolico può somigliare a un silenziatore. È un tema antico: il finanziamento pubblico non garantisce la qualità, ma il suo diniego invia un segnale, orienta priorità, definisce un canone implicito. In questo quadro, la richiesta alle istituzioni è di massima trasparenza: quali criteri sono stati applicati? Quali punteggi, quali elementi hanno pesato nella valutazione? Senza una motivazione puntuale e pubblica, si spalanca la porta alle letture politiche. E la parola “censura”, con tutto il suo carico emotivo, finisce per occupare la scena.
IL NODO DELLE REGOLE: LA RIFORMA DEI FONDI TRA AUTOMATISMI E DISCREZIONALITÀ
Secondo le opposizioni, la riforma varata dal governo Meloni avrebbe “riportato” la selezione dei progetti a una logica più discrezionale e politicizzata. È un’accusa che tocca il cuore delle politiche culturali: quanto spazio lasciare agli automatismi (criteri quantitativi, storicità delle imprese, incassi, festival) e quanto affidare al giudizio di commissioni tecniche? La discrezionalità, in sé, non è un male: serve a riconoscere il merito dove le metriche non arrivano. Ma, come l’ago di una bussola, ha bisogno di una mappa trasparente. La differenza tra merito e arbitrio la fanno le regole note, le motivazioni accessibili, i verbali consultabili, i conflitti d’interesse dichiarati. Se la percezione pubblica è che il pendolo stia oscillando verso un “controllo” politico della cultura, allora anche una singola decisione – specie su un tema sensibile come Giulio Regeni – diventa un detonatore. Per questo, al di là dell’esito del caso specifico, il Parlamento farebbe bene a pretendere dati, criteri, verbali: è il miglior antidoto alla sfiducia.
IL VALORE CIVILE E LA PLATEA: 76 ATENEI E UN NASTRO CHE PESA
Il Nastro della Legalità 2026 non è un timbro burocratico: è un riconoscimento che segnala la capacità di un’opera di farsi strumento di educazione civica e sensibilizzazione. Le 76 università che hanno accolto l’invito di Elena Cattaneo costituiscono una platea esigente, non un pubblico di circostanza. Se le aule accademiche, luoghi per eccellenza della ricerca, ritengono l’opera meritevole di discussione, la definizione di “scarso interesse culturale” stride come un gesso su lavagna. È qui che la politica culturale incontra la responsabilità istituzionale: finanziare non significa sposare una tesi, ma riconoscere il valore pubblico di un dibattito. E la vicenda di Regeni, dal 2016, è un dibattito che interroga diritto, diplomazia, sicurezza, libertà accademica.
EGITTO, DIRITTI UMANI E LA REALPOLITIK EVOCATA
Le parole di Angelo Bonelli chiamano in causa la realpolitik energetica: “gas e petrolio con regimi che violano i diritti umani”. È un’accusa politica, certo, ma non priva di un retropensiero diffuso nell’opinione pubblica: l’Italia può permettersi di chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni, mentre coltiva relazioni economiche strategiche con Paesi terzi? La risposta non sta in un sì o in un no, ma nella coerenza delle scelte. Proprio per questo, disinnescare il sospetto di un “mandato politico” nei finanziamenti culturali diventa essenziale.
IL MINISTRO ATTESO ALLA CAMERA: CHIARIMENTI E POSSIBILI ESITI
Alessandro Giuli è chiamato a sciogliere i nodi: perché il docufilm è stato escluso? È stata applicata una griglia oggettiva? Esistono precedenti analoghi? Il ministro potrebbe rivendicare l’autonomia delle commissioni e la scarsità delle risorse, due argomenti tradizionalmente solidi. Ma, senza un corredo di dati e motivazioni, rischiano di apparire come formule di rito. Un chiarimento pieno – criteri, verbali, composizione e competenze della commissione – non solo è doveroso verso il Parlamento, ma tutela la stessa credibilità del ministero. Sul piano pratico, restano aperte alcune piste: un riesame alla luce di eventuali errori procedurali; la pubblicazione delle schede di valutazione; l’impegno a ricalibrare i criteri nelle prossime tornate, definendo meglio la categoria dell’“interesse culturale” per le opere a forte valore civile.
POLITICA, MEMORIA E SCHERMI: PERCHÉ LA VICENDA RIGUARDA TUTTI
La memoria pubblica non si costruisce soltanto nei tribunali o nelle aule parlamentari, ma anche sugli schermi. Un docufilm non sostituisce la giustizia, ma amplifica domande, preserva tracce, mette in fila fatti e responsabilità. La politica, quando interviene su questi processi simbolici, deve farlo con la delicatezza di chi maneggia cristallo: ogni gesto lascia un segno. Nel caso di “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”, il segno oggi è quello di una distanza tra istituzioni e una parte significativa della comunità culturale e accademica. È per questo che le parole “scelta politica e non artistica”, “oltre la fantascienza”, “censura che nega la ricerca di verità” hanno risuonato con tanta forza. Le accuse sono gravi; per questo necessitano di risposte verificabili. La credibilità delle regole si misura quando sono chiamate a giudicare le opere più scomode. E il cinema, quando tocca i nervi scoperti della democrazia, diventa un termometro che non si può spegnere solo perché segna febbre.
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