Il tema

Perché i Bitcoin cambieranno il mondo?

Ad oggi appare più che mai necessario iniziare a comprendere i meccanismi di funzionamento che stanno alla base di questa nuova tecnologia.

Michele Mele
Perché i Bitcoin cambieranno il mondo?

Negli store digitali abbondano ormai applicativi che tramite un semplice bonifico permettono di acquistare e detenere una infinita quantità di cripto direttamente online o su semplici chiavette usb, chiamate ledger, prefigurando milioni che viaggiano in tasca o fanno da portachiavi ai ricchi di domani.

Sarà capitato a tutti, leggendo i giornali, navigando su internet o semplicemente prestando orecchio alla sezione economica dei tg, di imbattersi in messaggi più o meno sensazionalistici sulla crescita del valore di un non meglio specificato prodotto para-finanziario: il Bitcoin. Tralasciando i banner pubblicitari di investimento che ci seguono nella nostra navigazione in internet e che ci propongono ricette per diventare ricchi nei momenti meno opportuni e per i quali ci sentiamo di sconsigliare anche il semplice click per evitare di incappare in truffe, è innegabile che l’avvento delle criptovalute (ah ecco cos’è il Bitcoin!) sia un fenomeno che sembra aver le carte in regola per ingenerare una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere le transazioni monetarie, qualcuno dice, paragonabile all’invenzione della carta moneta. Quando si parla di criptovalute infatti bisogna intendere che queste sono a tutti gli effetti delle monete virtuali rappresentate come una serie ben definita di dati che transitano da un utente all’altro attraverso vari punti di controllo rappresentati da altri utenti, i Miner, che validano e controllano la correttezza del codice, venendo per questo premiati con porzioni di nuovo codice che andranno a costituire nuovi Bitcoin da immettere sul mercato.

In effetti il cambio di paradigma è evidente: dopo gli accordi di Bretton-woods del 1944, e con l’abbandono del gold standard, ad oggi la quantità di moneta circolante è regolata dagli istituti di credito centrale degli stati, le più importanti sono la FED per il Dollaro USA e la BCE per il nostro Euro. Questi operano principalmente secondo accordi e politiche ben precise e seguendo criteri macroeconomici tesi a specifici obbiettivi come il controllo del tasso di crescita dell’inflazione. Con le criptovalute queste istituzioni semplicemente non esistono; infatti ad ognuna di esse corrisponde una rete di controllo distribuita specifica che prende il nome di block-chain, la cui organizzazione di base è tra di loro comune. Si tratta di un vero e proprio archivio consultabile ed immodificabile che deve la sua costituzione al lavoro degli utenti Miner i quali approvano “blocchi” di transazioni , da qui block-chain, iscrivendoli in ordine cronologico e permettendo a tutti gli utenti di vederne l’apposizione. Questa tecnologia, a detta anche dei più accaniti detrattori, risulta essere il metodo più sicuro e inattaccabile per la registrazione di dati finora generato dall’ingegno della nostra specie e sarà la vera innovazione che entrerà presto nella nostra quotidianità. Tralasciando in questa sede l’analisi più approfondita delle innumerevoli applicazioni ed implicazioni della stessa block-chain, resta fondamentale chiarire un punto innovativo nella sua concezione che allontana la possibilità di equiparare il Bitcoin, nonché le altre cripto in generale, ad una valuta in senso stretto.

Già Nel 2008, infatti, quando un hacker o un gruppo di hacker celatesi dietro lo pseudonimo di Satoshi Nagamoto, ponendo in essere una sorta di questione omerica del 2000, crea un documento definendo la sua invenzione “electronic cash” e rendendone pubblico il protocollo appare chiaro che i Bitcoin, a differenza delle valute convenzionali, finiranno: l’algoritmo è impostato per dimezzare la quantità di nuovi Bitcoin immessa sul mercato fino al punto che l’aumento diventi infinitesimo. A questa scarsità preordinata si deve il carattere rivoluzionario attribuito alle cripto: se l’inflazione corre inesorabile di fronte alla progressiva immissione di valute tradizionali, il Bitcoin raggiunto il numero  massimale dovrebbe attestarsi ad un livello di prezzo talmente stabile da essere preferibile nel lungo periodo come riserva di valore.

Ad oggi appare più che mai necessario iniziare a comprendere i meccanismi di funzionamento che stanno alla base di questa nuova tecnologia. È dei giorni scorsi la notizia che El Salvadorè il primo Paese ad aver dato corso legale ai Bitcoin. Grandi aziende come Tesla, guidata dal “buontempone“ Musk che con i suoi tweet sembra dirigere le ampie fluttuazioni giornaliere delle quotazioni, cominciano a detenere parti della loro liquidità in Bitcoin; importanti fondi di investimento permettono ai loro clienti di inserirli in ottica di diversificazione del rischio e ne prevedono un attestazione di valore nell’ordine delle 5 cifre. Negli store digitali abbondano ormai applicativi che tramite un semplice bonifico permettono di acquistare e detenere una infinita quantità di cripto direttamente online o su semplici chiavette usb, chiamate ledger, prefigurando milioni che viaggiano in tasca o fanno da portachiavi ai ricchi di domani. Questa estrema portabilità però amplifica come è evidente i rischi derivanti da una gestione poco attenta: se perdiamo il ledger o la chiave digitale di accesso perdiamo tutto, del Bitcoin può disporre solo il proprietario e in quest’ottica è curioso notare come già oggi oltre un 20% del totale dei Bitcoin emessi risulta irrimediabilmente perso ed irrecuperabile.  L’infallibilità della tecnologia pare quindi non ancora capace di arginare la fallibilità della nostra natura; non ci resta che farci i conti tutelandoci.

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