L'ironlady

L' "economia sentimentale" di Edoardo Nesi per uscire dalla crisi

Edoardo Nesi ha sempre vissuto fra la letteratura, l’economia e la politica e ha portato avanti, per 15 anni, l'azienda tessile di famiglia, che poi è stato costretto a vendere nel 2004 a causa della crisi economico-finanziaria dei quegli anni

L' "economia sentimentale" di Edoardo Nesi per uscire dalla crisi

Il "Premio Strega" Edoardo Mesi

“Che cosa racconteranno i governanti a questa gente in crisi, quando il terrore inizierà ad attenuarsi e l’anomalia degli show di alcuni virologi finirà”? Forse il momento delle risposte sta arrivando, come vediamo dall’attualità. 

Si alza lo spread, torniamo a parlare di crisi di governo, la pandemia rallenta a tratti, ma di certo non frena e circa 500 mila piccole imprese potrebbero non superare la prossima estate. E allora vale di certo la pena preoccuparsi del futuro e parlare, in maniera partecipativa, di economia.  Come ha scritto Hobsbawn preoccuparsi del futuro vuol dire anche tener bene a mente che i sentimenti, nella storia, non sono né stabili, né socialmente omogenei. Quindi, in questo senso, siamo anche autorizzati a studiare la storia come reazione delle società contemporanee, descrivendo il sentimento caratteristico di un determinato momento, non solo guardando i sondaggi, ma anche fotografando, in maniera metaforica, l’orizzonte attuale, gli umori dell’opinione pubblica, le reazioni delle élite. Studiare dunque il mondo nel suo farsi, senza trascurare la storia vera e propria. E nella storia vien fuori la parola “crisi” moltissime volte e in particolare Hobsbawn ha scritto che dopo gli anni ’20-‘30, nel Novecento, la crisi mise d’accordo le classi sul fatto che non si poteva andare avanti come prima, a causa dei difetti di base del capitalismo. Anche questi anni Venti stanno facendo prender corpo questa riflessione sulla forma futura di economia.  Parliamo con il Premio Strega e politico Nesi. 

Edoardo Nesi ha sempre vissuto fra la letteratura, l’economia e la politica e ha portato avanti, per 15 anni, l'azienda tessile di famiglia, che poi è stato costretto a vendere nel 2004 a causa della crisi economico-finanziaria dei quegli anni: la stessa storia di difficoltà che si presenta anche oggi per molti imprenditori e che lui mi racconta al telefono, con quel bell’accento toscano, con la cordialità che lo caratterizza, ma al tempo stesso con la poesia con cui ha arricchito un lavoro sull’economia reale, che vive del romanzo della quotidianità della gente. Nesi questo ha saputo raccontarlo in “Economia sentimentale”, libro edito da La Nave di Teseo. Ricordo che l’autore ha vinto il Premio Strega nel 2011 con “Storia della mia gente”, riprendendo il tema della crisi e dell’industria tessile nella sua Prato, raccontando una storia del Paese in un determinato momento, a iniziare dalla sua famiglia. Nesi ha ricoperto anche alcuni incarichi politici in Scelta Civica, entrando infine nel Gruppo Misto in Parlamento. Ma veniamo al suo ultimo lavoro, così attuale in questi giorni, mentre pian piano ci rendiamo sempre più conto di come l’economia faccia parte della nostra vita. 


Edoardo, questo suo nuovo libro è iniziato prima della pandemia e poi d’improvviso lo scenario è cambiato, la situazione è diventata allarmante da un punto di vista sanitario, economico ed è diventata parossistica da un punto di vista relazionale. Che tempi sono? In fondo si può dire che son venuti al pettine dei nodi già presenti e che la situazione era allarmante anche prima, ma non lo notavamo. 

La pandemia in realtà è impossibile da raccontare davvero e forse solo a distanza di tempo interpreteremo bene che cosa sono stati i mesi da marzo a maggio, ma anche i mesi attuali. Questo virus, pur nella sua condizione di transitorietà, ha modificato le nostre libertà (cosa inevitabile e insopportabile al tempo stesso) e certamente non è stato facile rispettare d’improvviso tante regole, che sembravo surreali. Ad ogni modo la pandemia ha rivelato tutta l’eredità di un fallimento economico che non poteva non entrare in crisi gravemente, avendo già dato segnali di crollo in passato. E mi riferisco soprattutto al modello neoliberista, un modello che ha spesso dimenticato le persone dietro il lavoro. Qual è il problema? Non è facile da descrivere a livello teorico e magari non è neanche necessario fare una lezione di economia; nel libro sono entrato nel concreto delle attività lavorative delle persone, in quella che definisco “economia sentimentale”, perché trascina con sé vite e generazioni. Va comunque detto che esiste un momento in cui il rapporto fra democrazia e capitalismo può squilibrarsi: il problema però non è addebitabile tutto a quest’ultimo. Sento spesso telefonicamente Enrico Giovannini e, dalla sua grande esperienza, ho compreso che l’asimmetria si viene a creare quando si ipotizza che tutto sia mercificabile e tutto si trasformi in valore di scambio, senza tener conto che dentro le dinamiche del PIL ci sono anche componenti che riguardano il benessere della persona. Nel 2004, ad esempio, ci fu un Forum mondiale che si svolse a Palermo, dove l’obiettivo principale era quello di mettere in discussione un modello basato tutto sulla crescita quantitativa, tentando di costruire una nuova visione dell’economia. Oggi quest’esigenza è più forte che mai: si deve cambiare il passo, perché la realtà ci ha messo dinanzi problemi storici non più rimandabili, come la centralità della Ricerca, la necessaria Innovazione tecnologica che tenga conto dell’ambiente, il progresso che non s’identifica esattamente con la produttività, ma che sappia considerare una certa filosofia imprenditoriale, un’idea di ripartire dal lavoro con modelli più sostenibili, per riferirmi anche a quanto detto da Brera, il quale è una di quelle persone, insieme a Giovannini e a pochi altri, che hanno un’idea di futuro con una visione lunga e non tutta appiattita sul momento. 


Bene, ha citato la parola “progresso”, che riguarda tutti e così tanto i giovani, insieme alla parola “futuro”, che ha strettamente bisogno di accompagnarsi a una filosofia economica per ripensare il mondo in termini di progressismo. Che cosa vuole aggiungere rispetto a questo?


Aggiungo un esempio che ho citato nel libro, quello di Galassi del gruppo Ferretti. Loro non fanno soltanto barche, non yacht per ricchi (sì, fanno anche quelli), ma soprattutto vendono un’idea quando realizzano cortometraggi, con ottimi artisti, per sintetizzare il concetto di privacy, di “isole private”, che siano di 9 metri o di 90, ma che danno il senso della libertà, al di là della grandezza. Lui sì, Galassi è ottimista e non solo perché non ha subito profonde perdite dal periodo di chiusure e restrizioni, ma perché, alla base della sua attività produttiva, ha una visione di mondo, che trae tanta ispirazione dall’arte cinematografica, dagli intellettuali, dalle letture, dai “competenti” di vari settori. Lui mi dice di essere ottimista, perché anche se il Covid è stato uno shock terribile, ha impresso un’accelerazione a un mondo tutto da rifare con obiettivi, strategie, progetti…E questo è venuto fuori perché il mondo di prima, evidentemente, non andava bene. 


E che mondo si immaginava nelle sue uscite durante il lockdown, mentre andava dal suo macellaio o in pescheria, visto che dice di amare molto il momento della spesa per la sua famiglia?

Innanzitutto quei momenti erano i momenti della libertà, non erano i momenti della progettazione. Lì guardavo, esaminavo, prendevo un po’ d’aria, mi rilassavo anche comprando del pesce, che alla sera sarebbe stato consumato con una bottiglia di vino, per mandar giù il momento asfittico. Poi ho fatto lunghe telefonate e queste mi hanno insegnato molto. Dicevo Giovannini, Galassi e anche Guido Brera. Come sa lui è un finanziere, un gestore di patrimoni, ma anche uno scrittore di romanzi e serie televisive. Gli dicevo: “Che succederà?” e anche lui non sapeva rispondermi con esattezza, ma, intanto, mi diceva che l’unica risposta che lo Stato in quel momento, dinanzi a un fatto eccezionale, poteva dare era quella monetaria, esattamente come facevano gli altri governi europei. I deficit in pieno lockdown esplodevano, i PIL collassavano…Non si poteva far altro, perché si stava vivendo su “un motore che gira al minimo e non ha grip sulle ruote”. Guido, in quei giorni, diceva anche che il fattore di crescita delle Borse era un fatto naturale, anche perché più crei moneta, più la moneta vale meno, perde valore e si va incontro all’inflazione, che non è però quella da domanda, quella dei consumi, ma quella da “asset”. Insomma i soldi che vengono creati devono andare in qualche direzione e se i bond rendono zero, gli investitori cercheranno il rendimento altrove. Il primo posto dove metterli sono le azioni. 

Di certo però le aziende vanno male, tante rischiano di non riaprire, molte son tenute in vita solo dalla Cassa Integrazione o dal blocco dei licenziamenti, ma di fatto vegetano per crisi. 

Devo tornare anche qui al dialogo con Brera. Alcune aziende vanno malissimo. Alcune! Tutto ciò che è digitale va benissimo anche durante il Covid. Vengono stampati trilioni di dollari e dove andranno a finire? In Facebook, Netflix, Apple, Google, tutte realtà che vanno benissimo. Tutto sta cambiando, mi dice Guido, senza guardare in faccia a nessuno, ad esempio nel lavoro d’ufficio. Londra, New York, Milano, Shangai vivevano di office space, mentre ora lo smart working è destinato a restare. Io aggiungo con pregi e difetti, perché spesso il lavoratore ha necessità di vivere fisicamente il luogo di lavoro, identificandosi magari anche con quell’azienda che ha ereditato dalla sua gente e dove ha lavorato coi suoi operai, che frequenta da una vita. Condivido però l’idea che l’Italia non farà certamente una brutta fine, anche perché la Francia e la Germania non lo permetteranno, ben sapendo che siamo comunque un mercato di consumatori evoluti e hanno bisogno di noi, del nostro gusto, anche per venderci i loro rossetti. 


Per me “Economia sentimentale” è un libro denso di politica scritto da una persona innamorata della politica in senso pieno, al di là dei partiti, di cui anche ha fatto parte. Che si immagina oggi per l’Italia?

Beh, un governo Giovannini – Draghi, per esempio! (ride, ma in fondo è pienamente convinto dell’esigenze di competenti alla vigilia di 200 e più miliardi in arrivo). Non possiamo affidarci all’approssimazione, non possiamo vivere per compartimenti stagni, ma abbiamo bisogno di contaminazione fra settori, fra discipline, fra saperi: l’unica cosa che non può mancare è l’approfondimento. Abbiamo bisogno anche di un’economia che, nei suoi progetti, tenga conto in primis della vita reale. I destini economici degli italiani e delle italiane si separano ancora una volta e dopo lo tsunami della globalizzazione ora è un “esserino” invisibile a minare la sicurezza di tante piccole aziende, negozi, ristoranti. E allora c’è bisogno nuovamente della forza delle gente, di una forza anche maggiore, se possibile, rispetto alle crisi precedenti.Ho scritto nel libro: “Che cosa racconteranno i governanti a questa gente in crisi, quando il terrore inizierà ad attenuarsi e l’anomalia degli show di alcuni virologi finirà”? Forse il momento delle risposte sta arrivando, come vediamo dall’attualità. 

Inserisci un commento

Condividi le tue opinioni su Il Castello Edizioni e Il Mattino di Foggia

Caratteri rimanenti: 400

Dorella Cianci

Dorella Cianci

BLOG

L' "economia sentimentale" di Edoardo Nesi per uscire dalla crisi

Il "Premio Strega" Edoardo Mesi

L' "economia sentimentale" di Edoardo Nesi per uscire dalla crisi

L'ironlady

Una tragedia trasformata in farsa

Giuseppe Conte

Una tragedia trasformata in farsa

Cono d'ombra

Un Edipo a Kyoto

Un Edipo a Kyoto

L'Ironlady

Un Edipo a Kyoto

Un Edipo a Kyoto

L'ironlady

El Diegon: il dialogo platonico su Maradona

El Diegon: il dialogo platonico su Maradona

L'Ironlady

Dacia e le donne, antiche e contemporanee

Dacia Maraini

Dacia e le donne, antiche e contemporanee

L'Ironlady