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Un Edipo a Kyoto

Come ci parlano gli antichi dell'oggi? Un ripensamento sull'Edipo a Colono trasferitosi a Kyoto, in occasione del festival del Classico della Fondazione Circolo dei Lettori, con la presidenza onoraria del suo ideatore: Luciano Canfora

Un Edipo a Kyoto

“Che cosa manca al nostro tempo dell’effimero?”, si chiede il Festival del Classico organizzato, eccezionalmente in streaming, dalla Fondazione Circolo dei Lettori? La domanda è sostanziosa e gli ospiti non deludono, eppure anche su quest’appuntamento tradizionale è calato un velo di nostalgia rispetto ai luoghi soliti dell’evento, nel pieno centro di Torino, in un’atmosfera di cui mi sono subito innamorata presentando lì, lo scorso anno, un mio libro. Sì, qualcosa manca, ma al tempo stesso questo festival, con presidente onorario Luciano Canfora, ci offre un aiuto per orientarci in questi tempi. E che cosa manca al nostro tempo? Tante cose, ma soprattutto, secondo i curatori dell’evento, manca un paradigma interpretativo, ancorato alla memoria del passato e capace di orientare il futuro. “Perché la storia non è un fluire incessante: se si trovano adeguati strumenti di lettura, noteremo infatti l’esistenza di avvenimenti che offrono occasioni per riflettere sulla vita collettiva”. Con queste parole, i curatori ci guidano attraverso i temi classici, non per farne riletture-orpello finalizzate a se stesse, con un narcisistico intento di reinterpretare una grandezza irraggiungibile, ma con uno spirito critico, che è decisamente ben rappresentato dalle linee guida contenute, fra le righe, nei volumi imperdibili di Canfora, storico e filologo, oltre che insegne esponente dell’Accademia barese. 


L’EREDITÀ DI APELLE 

Partiamo da qui: “Il miracolo greco è stato riconosciuto da tutti (anche dagli Arabi)” – disse Badawi nel suo celebre corso tenuto alla Sorbona nel ‘67; sottolineò anche che la penetrazione del pensiero greco fu immensa, anche là dove fu più viva la resistenza, per esempio nella giurisprudenza o nella teologia. Eugenio Garin, riprendendo queste parole, ebbe anche ad aggiungere che il mondo occidentale ha sempre fatto fluire nella sua cultura quella greco-romana, superando, con questa, gravi momenti di crisi o sconvolgimenti profondi. Quest’ “eredità di Apelle”, per semplificare il concetto con una nota espressione usata nella storia dell’arte, cioè questa riproposizione dell’antico nella contemporaneità, ruota in particolare intorno al concetto aristotelico di un mito  immodificabile (concetto discutibile), ma certamente indistruttibile e utile a esemplificare la molteplicità delle stagioni della vita, delle situazioni familiari, dei legami parante lai lacerati, degli amori torbidi, dei tempi sconvolti. Eppure non dobbiamo cedere alla semplificazione, ritenendo che sia tanto facile leggere i classici dall’ottica dell’oggi per trarne risposte. Banalmente avremmo detto a scuola che ci “mancano i concetti fondamentali”. Già Borges, in uno dei suoi racconti più belli e noti, ha descritto l’incapacità del grande filosofo Averroè di intendere il significato delle due principali parole della “Poetica” di Aristotele: commedia e tragedia. Questi due concetti, al di là delle definizioni manualistiche, son stati molto estranei alla cultura araba e anche noi occidentali se ipotizzassimo di averne colto ormai tutto il senso, saremmo dei poveri illusi. La vivacità della commedia spiega, fra altre cose, il meccanismo del riso, vi pare semplice? 

 E la tragedia? Qui il discorso si fa molto più misterioso e difficile. Fra noi e la tragedia è passato tutto un mondo, una cultura e una religione, che difficilmente riusciamo a spiegare con i nostri modelli interpretativi, con il senso di scivolamento post-moderno verso l’effimero. Ai nostri tempi manca la sacralità e la monumentalità dei tempi di Eschilo, Sofocle e Euripide, per citare i tre tragediografi più noti e abbondantemente tramandati. 

Immaginate una città sconvolta per l’epidemia…La tragedia (mi riferisco all’Edipo Re) esordisce con l’accorato lamento dei cittadini di Tebe: questi, chiedono aiuto al re Edipo per il contagio che li sta pian piano consumando. La pestilenza decima la popolazione di Tebe. Edipo ordina al cognato, Creonte, di recarsi presso l’oracolo di Delfi per avere una soluzione. L’oracolo svela che per curare l’epidemia è necessario espellere da Tebe l’assassino del re Laio. Nella bufera della pestilenza, e per la sua risoluzione, Edipo inizia il suo percorso verso la ricerca della verità, nonostante numerosi personaggi tentino di dissuaderlo, come Tiresia o la sua stessa madre, poiché hanno intuito la terribile verità. Edipo è per noi, lettori e spettatori, l’idea dell’intelligenza umana che vuole scoprire, andare a fondo, ricercare anche per risolvere una catastrofica pestilenza. Per la cultura greca quest’ansia di ricercare una spiegazione aveva una duplice regola: una dettata dagli dei, una dai filosofi. La prima richiedeva di non andare oltre, di non spingersi in quell’ambito della conoscenza che appartiene a entità superiori; l’altra regola, ben sintetizzata poi da Schlegel nel 1808 (Corso di Estetica a Vienna) era riassumibile nell’esigenza dell’uomo greco di andare a fondo, verso la sua libertà morale, nonostante l’opposizione della fatalità ineluttabile imposta spesso dall’alto. Questa tragedia, l’Edipo Re, è stata il modello per eccellenza, quella da collocare al primo posto, secondo Aristotele, considerandola un capolavoro assoluto e imbattibile, tanto da far indignare un certo Elio Aristide, nel II secolo, per il suo secondo posto ottenuto al concorso (“una vergogna”, disse). Il mito, nella tragedia, ogni mito, non solo Edipo, si spoglia della realtà, si spoglia delle contingenze e si avvia verso l’universalità, verso l’esigenza dell’esemplificazione. Questa è la principale spiegazione secondo cui la tragedia parla a noi contemporanei, offrendoci una casistica di comportamenti col rewind. Fin qui tutto noto, ma non è quest’interrogativo che voglio offrire al Festival del Classico, così ricco di spunti e nozioni. La provocazione è questa: dimentichiamoci dell’Edipo Re per spiegare i nostri tempi, spingendoci nel bosco di Colono. 

L’EDIPO RE NON FUNZIONA PER I TEMPI DELL’EFFIMERO 

IL PRIMO Edipo di Sofocle è una concatenazione perfetta di fatti, che procedono come devono, secondo il copione del destino, della tyche, della moira o, per il latini, del fatum. Nonostante le innumerevoli citazioni nelle quali oggi si accosta quell’epidemia alla nostra, non mi pare così evidente il rapporto fra il nostro contagio contemporaneo e quello sperimentato dai cittadini di Tebe sotto Edipo. La linearità di questa tragedia ce la rende estranea al senso di smarrimento, all’amputazione delle piccole certezze quotidiane. Invece l’Edipo a Colono è una tragedia nuda, spogliata del corpo, adatta ai tempi senza contatto, orfana di luoghi ben precisi, perché ogni luogo può rappresentare l’incertezza di Colono, con un Edipo vecchio, stanco, indebolito…Secondo alcuni Edipo a Colono è la tomba della tragedia greca, invece, guardandola dai sottili canoni interpretativi dei nostri tempi confusi, è la tragedia della fragilità, del mito de-mitizzato, della difficoltà di trovare una spiegazione. William Marx, noto docente di letterature comparate di ruolo Parigi, ha scritto che l’Edipo a Colono si sarebbe potuto svolgere anche a Kyoto, invece che nei sobborghi di Atene. Esistono infatti tre opere del X secolo, sotto il regno dell’imperatore Daigo, che ricordano quelle di un Edipo rappresentato dal principe Semiramu, sul monte Osaka, a est di Kyoto. Che sia Colono o il mondo dell’Est è chiaro che questa tragedia, ben più del cosiddetto capolavoro n.1 di Sofocle, esprime il senso della vaghezza, dell’arbitrarietà dell’esistenza e dell’inspiegabilità dei meccanismi che portano alla morte. Non c’è un corpo su cui piangere, perché quella morte è orfana perfino del corpo. Edipo scompare senza poter dare neanche un ultimo saluto al suo corpo. Per dirla con Marcel Detienne questa tragedia, che per me ci parla dell’oggi, esercita sullo spettatore antico, e su noi lettori, uno spaesamento e ci autorizza all’interrogazione e all’ipotesi: comparer l’incoparable. 

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