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El Diegon: il dialogo platonico su Maradona

Passando dal barrio alla mitologia calcistica ha fatto il grande salto verso il potere, da oppresso quale era. Ma quel potere non era adatto alla sua personalità creativa, a quel fisico piccolo e potente, e ha finito per risucchiarlo nelle dipendenze, come sintomo di malessere.

El Diegon: il dialogo platonico su Maradona

Freire è stato parte della formazione e della ribellione di Maradona, che da bambino aveva combattuto col pallone quel rapporto fra oppressori e oppressi, quella dicotomia sociale che porta alla disumanizzazione di questi ultimi, i quali sin da piccoli conoscono solo la leadership degli oppressori. 

Maradona è una lezione sul mito, cioè su un racconto che piace alla gente e ne ottiene il consenso e si diffonde via via anche nel tempo. Il mito, per esser tramandato, deve essere accettato dalla gente e tramandato di generazione in generazione. Lo scorrere del tempo invecchia il mito, ma gli assicura sempre nuovo consenso, quello delle generazioni che lo ascoltano per la prima volta. E infatti il mito ha sempre delle sue sbavature nella realtà, ma di questa realtà non importa a nessuno, perché l’exemplum supera il quotidiano, supera la storia in cui si inserisce. Ecco perché i Quartieri Spagnoli ieri sera, a Napoli, si sono tinti d’azzurro per il loro numero 10: la necessità della grandezza a cui aggrapparsi, il bello di rivivere un sogno, nonostante la sua parabola discendente. E in fondo la cinematografia, piena di mille grandezze, non si è dedicata tanto finora al Pibe de oro. Su Diego Armando Maradona sono usciti pochi film nella storia del cinema. Abbiamo il “Maradona” di Kusturica diretto dal regista Emir Kusturica, “Armando Maradona” di Javier Martin Vazquez, Maradonopoli di Federici e il “Santa Maradona” di Marco Ponti, film che però non parla del campione argentino, ma lo cita solo nel titolo. Poi è uscito un documentario che ha colmato ogni vuoto e mi riferisco a quello fatto da Kapadia: il regista  ha infatti dapprima compiuto un lavoro di ricerca senza eguali e poi ha montato il film, dato che “Maradona” è un documentario composto soltanto da immagini e video di repertorio, per lo più risalenti ai sette anni d’oro del campione argentino, quelli trascorsi al Napoli sotto la presidenza dell’ingegner Ferlaino. Pur con i suoi limiti, il documentario è utilissimo per conoscere il campione e per capire come mai, ieri, radio, televisioni, internet e telegiornali hanno messo da parte l’ansia da Covid, che ci attanaglia da mesi, a favore di una grandezza quasi introvabile. Se per la prima parte del cortometraggio, quella nella quale vediamo immagini facilmente reperibili (perlopiù si tratta di materiale proveniente da telegiornali e di partite giocate) sembra che il lavoro di Kapadia sia stato semplice, nell’ ultimo pezzo possiamo comprendere l’accuratezza di un lavoro di raccolta su un grande personaggio. Nel film sono presenti tanti file audio inediti, come la telefonata originale di Maradona alla madre subito dopo aver vinto la coppa a “Messico ’86”, inoltre nella pellicola sono presenti filmati amatoriali in super8 girati a casa del Numero 10, dove vediamo Diego giocare coi propri figli o ballare con degli amici. Possiamo pertanto immaginare che Kapadia abbia visto letteralmente tutto quello che esiste su Diego Armando Maradona, ricostruendo i passi del mito anche attraverso i suoi momenti privati. 

Lo scorso anno, lavorando all’Abecedario per l’infanzia con il filosofo argentino Walter O. Kohan, che vive e insegna in Brasile, mi aveva stupito la sua voglia di inserire Maradona nell’alfabeto filosofico da proporre ai più piccoli. Aveva detto: “È importante parlare di Maradona non solo perché sono argentino e perché siamo in Brasile; oggi la gente sta cominciando a comprendere ciò che non si percepisce in materia di istruzione o in materia di politica: per lungo tempo tanti sudamericani hanno avuto un'immagine completamente distorta e impoverita di Maradona, sfumata dal potere e non dalla potenza del giocatore, così come si guarda solo alla degenerazione della politica o della classe intellettuale. E’ importante mantenere salda la separazione fra il potere e la potenza. Conosco anche molti brasiliani più sensibili alle fragilità, che hanno imparato a vedere in Maradona la suprema espressione dell'arte, senza alcun tipo di benevolenza per i suoi errori; questi però hanno saputo guardare a Maradona secondo l’arte per l'arte, anche se lui fece cose assurde, stupide, incluse le droghe. Maradona disse a un certo punto della sua carriera: «Potete immaginare come  avrei giocato a calcio, se non mi fossi drogato?» ... Voglio dire che per Maradona le droghe hanno ridotto la sua potenza... Maradona è lontano da chi prende una droga per doping, per cogliere un vantaggio agonistico (per la potenza fisica)... al contrario,  per Maradona è inutile, come è inutile per un artista o per un intellettuale... Lui trasmetteva un “effetto politico-mediatico”, come avvenne quando fu  interrogato dalla FIFA o quando fece un gol con la mano agli inglesi, e poi fece una “guerra” contro “l'invasore” ... facendo qualcosa che non sembrava illegale e c'è voluto molto tempo per essere mostrato come tale ... L’illiceità nei comportamenti, in lui, può essere giustificata solo come espressione di resistenza e di ribellione contro una politica oppressiva, che era stata presente nella sua formazione. Maradona però è anche la fedeltà agli affetti, alla madre, agli amici della comunità in cui era cresciuto; è un simbolo dello straordinario potere e dei pericoli, che si nascondono in un corpo troppo piccolo, mentre quelli che lo vedono dal di fuori non lo aiutano a esprimere la sua potenza, senza sottomettersi anche agli effetti del potere”. Quest’analisi è fondamentale per comprendere come spesso la potenza del talento si lasci immettere nel tritacarne del potere mediatico gigantesco, che travolge un corpo piccolo, ma appassionato. La notorietà soffoca la potenza maradoniana con l’espressione più violenta del potere e del pubblico che adoro quel potere. Un giornale argentino scrisse tempo fa: “Per strada non sanno cosa fare con Maradona. Lo afferrano e lo rilasciano e quando è fuori lo cercano di nuovo.Lascia l'ospedale psichiatrico e sembra fumare un sigaro avvolto in una festa di Tristán Suárez. Lascia il sanatorio Swiss Medical, con un ordine di riposo assoluto, e lo trascinano alla villa di Ezeiza per un barbecue con la fidanzata e gli amici, anche a base di alcolici e paparazzi. Lascia nuovamente la casa di cura con tante medicine e si presenta da Tinelli. Oggi a La Nación dicono che stanno cercando un campo nel sud della provincia di Buenos Aires perché in città non lo lasciano mai solo, non lo lasciano riposare. A volte mi viene in mente che la soluzione non è qui, in questo mondo, ma nell'altro. Per una persona che ha una pressione mentale e mediatica come quella di Diego, un meccanismo compulsivo cronico, una struttura di dipendenza accoppiata con altri recessi nosologici dalle diagnosi impotenti, la soluzione sta in Dio. È una cura comune sostituire una mania terrena con una celeste”, scriveva quest’ originale giornalista brasiliano.  Una volta il filosofo Kohan scrisse, per il numero quattro della rivista La Caja, un dialogo alla maniera di Platone: El Diegón. Nel testo, Socrate interroga Diegón de Fioritós sull'essenza dello sport: Maradona è come quel bambino di cui parla Derrida, che gioca seriamente. Il giocatore Maradona è il bambino di fronte allo stupore, il bambino che fa le cose con senso e sentimento, appassionandosene. 


 I PICCOLI DEL BARRIO. 

L’infanzia di Diego Armando è stata una di quelle tante infanzie nel barrio, fra i miseri delle favelas. La madre prese un treno affollato una mattina del ‘55; il padre la seguì qualche mese dopo, in battello, trascinandosi dietro i pochi beni e le casseruole di cucina. Due sposi giovani con due bambine piccole, innamorati e provenienti  da un paesino chiamato Esquina, nella provincia poverissima di Corrientes, a 700 chilometri da Buenos Aires. Cercavano un futuro nella capitale, dove i nullatenientes speravano nel riparo che il regime populista di Peron prometteva. Finivano tutti nelle favelas con le baracche fatte di assi e di lamiera e le strade di terra battuta con le fogne a cielo aperto, dove l’elettricità era un miraggio da ottenere anche con lotte di strada, a cui partecipavano perfino i bambini. Come ha detto Kohan, la ribellione di Maradona è stata quella di tanti bambini oppressi nelle favelas, perché l’oppressione ha strutturato una personalità complessa. E’ adatto qui il discorso sulla pedagogia di Paulo Freire, di cui lo stesso Kohan ha scritto di recente un bellissimo libro. Dice il filosofo argentino: “Freire è stato un grande educatore, sono sempre stato interessato a lui ed è difficile essere argentino e scrivere di Freire in Brasile; è come scrivere qualcosa sul fatto che Maradona sia brasiliano, o che nel programma educativo del governo di Bolsonaro si stia per eliminare, nella pedagogia brasiliana, gli insegnamenti di Freire". Freire, che è stato nominato nel 2012 mecenate dell'educazione brasiliana, ha ideato la “Pedagogia degli oppressi” e questo lo rende il terzo autore più letto al mondo in scienze sociali. Freire è stato parte della formazione e della ribellione di Maradona, che da bambino aveva combattuto col pallone quel rapporto fra oppressori e oppressi, quella dicotomia sociale che porta alla disumanizzazione di questi ultimi, i quali sin da piccoli conoscono solo la leadership degli oppressori. Eppure è qui che si è incagliato qualcosa nella vita di Diego Armando: passando dal barrio alla mitologia calcistica ha fatto il grande salto verso il potere, da oppresso quale era. Ma quel potere non era adatto alla sua personalità creativa, a quel fisico piccolo e potente, e ha finito per risucchiarlo nelle dipendenze, come sintomo di malessere. 

MARADONA NEI QUARTIERI DI NAPOLI

Il giornalista Paolo Mossetti, ha scritto: “Le strade di Napoli sono la più fedele testimonianza di cosa è stato il personaggio Maradona. Ogni quartiere del proletariato marginale, ogni nervo dell'economia informale cittadina gli conserva un ricordo, tre decenni dopo la sua partenza. Un semi-dio imperfetto e del popolo”. Il racconto su Maradona è in parte anche il racconto degli anni’80 in Italia: una semifinale di Coppa Uefa, una partita Bayern Monaco – Napoli e la grande  stagione calcistica 1988/89. Tutti hanno visto Maradona ballare nel riscaldamento, ma non solo per esibizionismo: chi c’era afferma che ogni suo gesto era funzionale alla realizzazione del goal. Non si mise a ballare, palleggiando sulle note di Life is Life degli Opus, solo per farsi guardare dai tifosi, ma per muoversi nel modo che gli era più congeniale, da creativo, da quel bambino appassionato che era. Maradona balla, sorride e palleggia, prima di tacco, poi di ginocchio, fa ballare Careca, palleggia di testa, poi ferma il pallone e ricomincia. Quei minuti rappresentarono anche messaggio per i giocatori del Bayern: «È la semifinale, voi siete forti, ma io sono più forte». Napoli si esaltava in quella naturale teatralità che era congeniale ai partenopei. Raccontano che nell’84 quando arrivò da Barcellona, le strade di Napoli si riempirono per il campione come per la festa di San Gennaro. Indimenticabile il recente incontro col Papa argentino, conclusosi con un lungo abbraccio: «Papa Francesco è molto più di Maradona. È lui il vero fuoriclasse», aveva detto Diego Armando; «Mi ero allontanato dalla Chiesa -  aveva aggiunto - perché pensavo non facesse abbastanza per i bisognosi, ma con Francesco è diverso. Cosa mi ha detto? Che mi stava aspettando».

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