Zingaretti: Pd più aperto e sindaci protagonisti. Mano tesa ai 5 Stelle

“Se iniziamo a parlare di congresso due giorni dopo aver vinto in Emilia Romagna chiamano l’ambulanza e ci portano via”. Ai piani alti del Nazareno, dopo lo scampato pericolo, si predica calma. Il Pd “è vivo e vegeto” e la forza dimostrata alle urne, per i dem, altro non fa che stabilizzare il Governo. Il partito cambierà – Nicola Zingaretti è il primo ad aver ammesso l’esigenza di un cambio di passo – ma non aprendo sin da subito una discussione “sul nostro ombelico, altrimenti dimostriamo di non aver capito molto. Le persone iniziano a fidarsi di nuovo del Pd, non dobbiamo tradire questa fiducia”, insiste il leader Dem. E detta la rotta: “Io odio una sinistra che guarda le persone dal dirigibile e lotto per una sinistra che guarda le persone negli occhi, per intercettare le paure e la voglia di riscatto delle persone”. Serve un Pd “molto più aperto” “spalancato”, dice Romano Prodi, quindi, “che faccia contare di più le persone, anche quelli che non sono del Pd” e che dia “nuovo protagonismo” ai sindaci.Congresso sì, quindi, ma non solo gazebo per eleggere il leader. E in ogni caso non prima delle prossime elezioni regionali. In primavera sono sei i governatori da eleggere, quattro quelli attualmente in mano al centrosinistra (Toscana, Campania, Puglia e Marche). Il Pd intende farsi trovare pronto, mantenendo lo schieramento “unito e unitario” che ha portato i dem ad essere primo partito sia in Emilia Romagna che in Calabria. Nell’ottica di aggiungere sempre nuovi tasselli alla ricostruzione del bipolarismo, poi, sta la volontà del leader dem di “non forzare la mano” con il M5S. Un Governo stabile e che da risposte ai cittadini fa bene al Pd – è il ragionamento – è inutile rivendicare rimpasti o nuovi rapporti di forza. La vera ‘mission’ è quella di portare gli alleati sui temi condivisi, in modo da certificare – a partire dalle cose fatte e non da posizioni ideologiche – lo stare dalla stessa parte del campo. Per Zingaretti e i suoi, infatti, è questo l’unico modo di battere la destra. Alle Regionali prima, alle Politiche poi.A fine 2020, poi, anche in base ai risultati portati a casa, si tireranno le somme e partirà il confronto interno. A Base riformista la tabella di marcia sta bene. L’importante, ribadiscono i parlamentari della corrente che fa capo a Luca Lotti e Lorenzo Guerini, è non perdere la vocazione maggioritaria e la via del riformismo, coniugando protezione sociale e crescita. E se Matteo Renzi continua ad attaccare gli ex alleati rimproverando loro di “inseguire il populismo M5S” e rivendica per sé buona parte del merito nella vittoria di Stefano Bonaccini (“forse qualcuno adesso ammetterà che la mossa del cavallo di agosto – mandare a casa Salvini con l’amaro calice dell’accordo con i Cinque Stelle – non ha agevolato i sovranisti”, cinguetta), da dentro il Pd gli ‘ex renziani’ sono altrettanto tranchant: “Il Pd c’è, lui ha fatto una scelta sbagliata”, è il refrain. Il coordinatore di Br Alessandro Alfieri lo mette nero su bianco: “Non avendo presentato la lista di Italia Viva o almeno candidati riconoscibili, sarebbe almeno auspicabile avere l’onestà intellettuale di riconoscere che il PD con le sue donne e i suoi uomini è stato decisivo.Non è difficile … “. (Nadia Pietrafitta, LaPresse)

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