Di Maio: «Le mie dimissioni? Le chiedono in tre»

“Se ne sentono tante… Ma non e’ una ribellione, le mie dimissioni le chiedono in tre”. Luigi Di Maio scende in trincea e prova a gettare acqua sul fuoco delle polemiche interne al Movimento 5 stelle. Lo fa nel momento di maggiore caos, mentre e’ in corso un “liberi tutti” che rimescola vicinanze politiche e convinzioni. Aumenteranno, assicurano i “ribelli”, le firme in calce al documento per un cambio al vertice presentato dai tre senatori giovedi’ in assemblea. Ma non e’ quella la valanga, ribattono i dimaiani, che puo’ travolgere il leader pentastellato. Ogni discussione sul Movimento e il suo futuro, sottolineano, avverra’ agli Stati generali dal 13 al 15 marzo. E dallo staff tornano a smentire che il leader M5s possa lasciare la guida prima o subito dopo le regionali. Sembra testimoniarlo il fatto che Di Maio e’ gia’ pronto a respingere quanti proveranno ad addossargli la responsabilita’ di un’altra eventuale debacle: “Lui in Emilia Romagna e Calabria non avrebbe voluto presentare liste – dicono i suoi – hanno deciso i Cinque stelle locali”. Un assist al capo pentastellato arriva da Alessandro Di Battista, che dopo aver preso le distanze dall’espulsione di Gianluigi Paragone, interviene a difendere il lavoro di Di Maio da ministro degli Esteri e, pur ribadendo “enormi perplessita’ sul governo”, sul M5s dice: “E’ un momento di difficolta’, ma tante cose sono state fatte”. E’ un segnale distensivo, da parte di uno dei rivali interni piu’ accreditati per una eventuale successione, per la quale si fanno i nomi di Stefano Patuanelli e Paola Taverna (c’e’ chi cita anche Chiara Appendino). Dallo staff di Di Maio e da Palazzo Chigi stemperano le notizie di frizioni tra il ministro degli Esteri e il premier Giuseppe Conte, figura che sempre piu’ apertamente alcuni parlamentari M5s considerano di riferimento. Si segnalano inoltre contatti – “ma non e’ una novita’” – tra il capo 5 stelle e Beppe Grillo. Alla base della faglia nel Movimento ci sono due diverse di idee sulla collocazione politica. Grillo, come del resto Roberto Fico, pensa a un ancoraggio nel centrosinistra, Di Maio dalle piazze emiliane ribadisce con nettezza: “Non ci sto a questa teoria per cui esistono solo due poli”. Che le due linee si scontrino come fossero tesi quasi congressuali nell’assemblea di marzo, non e’ detto. Ma e’ su quell’appuntamento, che mira a ridiscutere tutto dalle fondamenta, che e’ ora “concentrato” – raccontano i suoi – il capo M5s. E’ li’ che dovranno venire allo scoperto i suoi avversari. Ma intanto il vaso di Pandora e’ aperto: un cambio alla guida del Movimento non e’ piu’ un tabu’, c’e’ chi continua a pensare che potrebbe essere lo stesso Di Maio alla fine a scegliere di lasciare. Rimbalza sulle chat pentastellate la dichiarazione del sottosegretario Giancarlo Cancelleri, considerato vicino a Di Maio: “Se decidera’ di abbandonare il ruolo di capo politico, saremo pronti a sostenerlo in questo passaggio”. Dettaglio non banale: Cancelleri e’ tra i membri del comitato di garanzia che in caso di passo indietro dovrebbero gestire la transizione. Dalle Regioni intanto giungono a Roma segnali assai poco rassicuranti. Non solo l’Emilia Romagna, anche la Calabria, dove il M5s aveva fatto un exploit alle politiche. Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, critica la scelta di Francesco Aiello, cugino di un boss, come candidato del Movimento. E rimbalza una previsione preoccupante: che Aiello, inviso a tanti 5s locali, possa prendere meno voti di un altro dei candidati nelle sue liste, Carlo Tansi. Brutta aria insomma come confermano gli insulti sessisti sui social alla deputata Rachele Silvestri che nei giorni scorsi ha lasciato il movimento.( di Serenella MatteraANSA)

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