Ex Ilva, stallo sulla trattativa con Mittal: governo pronto alla guerra

Nessun incontro ufficiale in agenda. Nessuna apertura formale ad una trattativa da parte di ArcelorMittal. Con il governo che, se la multinazionale non ammorbidisse le sue condizioni, e’ pronto alla “guerra” legale. E’ in questi tre elementi che si racchiudono le ore drammatiche sull’ex Ilva. Ore che seguono al blitz di ieri del premier Giuseppe Conte a Taranto. Una scelta forte, quella del capo del governo, apprezzata trasversalmente anche dalla maggioranza, che fotografa al meglio la strategia politica di Conte: quello di fare del dramma di Taranto un punto di rilancio della maggioranza giallorosa. Nel M5S, del resto, e’ gia’ partita la narrazione politica da mettere in campo sul dossier. “La Lega e’ amica delle multinazionali, noi tuteliamo lavoratori e salute”, ribadisce anche oggi, da Berlino Luigi Di Maio, partito ormai all’attacco del sovranismo “made in Salvini”. Il premier, sull’ex Ilva, ha scelto di metterci la faccia in maniera netta. E’ stato a Taranto fino alle 2:30 del mattino, ha parlato con comitati civici, lavoratori, ambientalisti, rappresentanti istituzionali. Ha visitato, in tarda notte, il quartiere simbolo del dramma dell’Ilva, Tamburi. A tutti ha ripetuto il suo mantra: “non vendo fumo, non faccio il fenomeno, ma non vi abbandonero'”. Ora, pero’, per Conte sara’ difficile tornare indietro e non basta certo lo strumento della Cig – che comunque il governo e’ pronto a mettere in campo – per salvare i lavoratori dello stabilimento. Al momento, tuttavia, la situazione e’ in stallo. Un prossimo incontro tra Conte e il patron Lakshmi Mittal e’ previsto a inizio settimana ma non e’ stato ancora fissato. Per il governo la soluzione migliore resta la permanenza di Mittal. Per questo si e’ pronti a trattare. Due le ipotesi che, secondo rumors di maggioranza, potrebbero essere percorribili. Un maxi-sconto sul prezzo che ArcelorMittal paga per l’affitto e che ha gia’ messo sul piatto per l’acquisizione dell’ex Ilva (1,8 miliardi) e una trattativa per ridurre gli esuberi. Nel pomeriggio, tuttavia, nessuna luce verde ancora si accende. “La sensazione e’ che non ci siano margini accettabili”, spiega una fonte vicinissima al dossier. Per questo Conte si prepara allo stesso tempo alla guerra legale. “Non permetteremo che l’azienda vada via”, tuona Di Maio. E il governo, nella sua battaglia, conta anche sulla sponda politica dell’Ue. Non a caso, oggi il commissario agli Affari Economici Paolo Gentiloni sottolinea: In queste materie i patti vanno rispettati: questo riguarda sia il gruppo ArcelorMittal che le istituzioni italiane”. Le parole di Gentiloni fanno implicito riferimento al tema dello scudo penale, divisivo per la maggioranza e all’interno del M5S. Il Pd ha “congelato” l’emendamento al dl fiscale ma i termini per presentarlo scadono lunedi’ mattina. Di Maio reputa la misura ininfluente e sceglie di “tutelare” uno dei principi identitari del Movimento. Ma, di fronte allo scudo penale come conditio sine qua non per salvare l’ex Ilva, il leader metterebbe i gruppi di fronte alle proprie responsabilita’. Sull’ex Ilva, intanto, litigano Confindustria e Cgil. “Mantenere i livelli di occupazione con queste crisi congiunturali e’ un errore”, sottolinea Vincenzo Boccia. “Sono parole senza senso, c’e’ un accordo da rispettare”, replica Maurizio Landini. Ma le divisioni, nella maggioranza si estendono anche a cosa fare dell’ex Ilva. La nazionalizzazione e’ un’ipotesi che non si puo’ escludere: il M5S sarebbe d’accordo, anche per Italia Viva e parte del Pd non e’ un tabu’ e, nel governo non e’ sfuggito l’endorsement arrivato ieri ad una simile misura dal ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina. Si potrebbe trattare, pero’, di una mini-nazionalizzazione, meno drammatica per le casse dello Stato. Con il coinvolgimento di Cdp (molto difficile) o di Invitalia. E c’e’ chi, infine, torna ad una delle idee pre-ArcelorMittal: chiudere l’impianto. A Taranto hanno chiesto in tanti a Conte. E per il M5S e’ stata una delle battaglie delle origini. Con un’appendice: chiudere l’impianto, a quel punto, non sarebbe una scelta del governo, ma una via obbligato dopo il “fraudolento” addio di Mittal. (ANSA).

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