Artigianato, allarme Cgia: «In 10 anni perse 200mila botteghe»

Dal settembre 2009 ad oggi l’Italia ha perso circa 200 mila negozi di vicinato tra imprese artigiane e piccoli esercizi al dettaglio. È questo uno dei conti della crisi che ha colpito il nostro Paese negli ultimi dieci anni, come evidenziano i dati della Cgia di Mestre. In particolare ad essere scompare ai radar sono state 178.500 imprese artigiane e 29.500 esercizi al dettaglio. E anche se i dati sul tracollo dei negozi risentono del forte spostamento verso la grande distribuzione e l’e-commerce, in generale riflettono il massiccio calo dei consumi, conseguenza del perdurare della crisi. Rispetto al 2007 (anno pre-crisi), infatti, le famiglie italiane hanno ‘tagliato’ i consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro. L’anno scorso, la spesa complessiva dei nuclei familiari del nostro Paese è stata pari a poco più di 1.000 miliardi di euro. Nonostante la contrazione, questa voce continua comunque ad essere la componente più importante del Pil nazionale (pari al 60,3 per cento del totale). “I piccoli negozi e le botteghe artigiane faticano a lasciarsi alle spalle la crisi Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono”, ha spiegato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo. Dal 2007, anno pre-crisi, al 2018 il valore delle vendite al dettaglio nei negozi di vicinato è crollato del 14,5 per cento, nella grande distribuzione, invece, è salito del 6,4 per cento. Questo trend è proseguito anche nei primi 9 mesi del 2019: mentre nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dell’1,2 per cento, nelle botteghe e nei negozi sotto casa la contrazione è stata dello 0,5 per cento. Nel dettaglio, analizza la Cgia, il Sud ha registrato la riduzione più importante con un ‘taglio’ della spesa mensile media di 131 euro per famiglia (mediamente di 1.572 euro all’anno) dal 2007 al 2018. Per le famiglie del Nord si è trattat di 78 euro (936 euro all’anno) e di 31 euro (372 euro all’anno) per quelle del Centro. A livello regionale le situazioni più negative si sono verificate in Umbria (- 443 euro al mese), in Veneto (-378 euro) e in Sardegna (-324 euro). In contro tendenza, invece, i risultati ottenuti in Liguria (+333 euro al mese), in Valle d’Aosta (+188 euro) e in Basilicata (+133 euro). La situazione di difficoltà è proseguita anche nell’ultimo anno, in particolar modo al Nord: in Lombardia, in Trentino Alto Adige, in Emilia Romagna, in Piemonte, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia la spesa mensile media delle famiglie nel 2018 è stata inferiore a quella relativa al 2017. “Sebbene la manovra 2020 abbia scongiurato l’aumento dell’Iva e dal prossimo luglio i lavoratori dipendenti a basso reddito beneficeranno del taglio del cuneo fiscale, il peso del fisco continua essere troppo elevato”, ribadisce il segretario della Cgia Renato Mason. Infine, dall’analisi delle funzioni di spesa, sempre tra il 2007 e il 2018 la contrazione più importante ha riguardato l’acquisto dei beni (-10,3 per cento), mentre i servizi sono cresciuti del 7 per cento. Nel dettaglio, i beni non durevoli (es. prodotti cura della persona, medicinali, detergenti per la casa, etc.) sono crollati del 13,6 per cento, quelli semidurevoli (es. abbigliamento calzature, libri, etc.) si sono ridotti del 4,5 per cento e quelli durevoli (es. auto, articoli di arredamento, elettrodomestici, etc.) del 2,8 per cento. La caduta dell’acquisto dei beni è proseguita anche quest’anno: tra il primo semestre 2019 e lo stesso periodo del 2018 la contrazione è stata dello 0,4 per cento con una punta del -1,1 per cento dei beni non durevoli. Interessante, invece, l’esito dei beni durevoli: quest’anno la crescita è stata del 2,9 per cento. Tra le voci di spesa più significative va segnalata quella dei trasporti (auto, carburanti, biglietti treni, bus, tram, etc.): tra il 2007 e il 2018 la caduta è stata addirittura del 16,8 per cento ed è proseguita anche quest’anno con un preoccupante -1 per cento. Diversamente, le telecomunicazioni (cellulari, tablet e servizi telefonici, etc.) hanno segnato degli score straordinari: negli ultimi 10 anni +20,1 per cento e nell’ultimo anno +7,7 per cento.In termini percentuali la regione più colpita dalla moria di aziende artigiane è stata la Sardegna che negli ultimi 10 anni ha visto scendere il numero del 19,1 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 18,3 per cento e l’Umbria con il 16,6 per cento. L’andamento delle imprese attive nel piccolo commercio, invece, ha subito la riduzione più significativa in Valle d’Aosta con il 18,8 per cento, in Piemonte con il 14,2 per cento e in Friuli Venezia Giulia con l’11,6 per cento. Rispetto al trend negativo, risultano essere di segno opposto la Calabria (+3 per cento), il Lazio (+3,3 per cento) e la Campania (+4,6 per cento)

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