Siria, assalto della Turchia alle città curde al confine. Da Germania e Francia stop alla vendita delle armi

La Turchia rafforza l’offensiva contro le città controllate dai curdi al confine con la Siria, sfidando le minacce della comunità internazionale (anche degli Usa). Intanto anche la Germania e la Francia annunciano che cesseranno di vendere armi ad Ankara, che possano essere usate contro i curdi nel nordest del Paese dove la guerra infuria dal 2011. Dall’Italia, il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha lanciato l’appello perché si faccia lo stesso: “Il Governo italiano valuti subito il blocco delle esportazione”. E David Sassoli, presidente dell’Europarlamento, ha detto che sanzioni contro Ankara sono in discussione. “Lunedì ho il mio primo Consiglio europeo degli Affari europei e chiederemo come governo che l’Europa fermi la vendita di armi alla Turchia”, annuncia il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, secondo cui “l’Ue deve coinvolgere la Turchia per riuscire a fermare questa escalation”.

Intanto, ong e milizie contano i morti, civili e non, e gli sfollati, in quello che le organizzazioni internazionali hanno descritto come il rischio di un “disastro umanitario”. Dopo l’avanzata della notte nelle campagne, le truppe turche e i ribelli siriani loro alleati sono entrati a Ras al-Ain. Entrambe le parti hanno confermato, ma i curdi hanno smentito che Ankara abbia preso il controllo come rivendicato. Gli scontri sono proseguiti per tutto il giorno. Le Forze democratiche siriane, guidate dai curdi e principale partner degli Usa contro l’Isis, hanno chiesto a Washington di rispettare i suoi “obblighi morali” e di proteggerle, anche con una no-fly zone che blocchi i jet turchi. Il presidente statunitense Donald Trump è nel mirino delle critiche internazionali per aver abbandonato gli alleati al loro destino (presumibilmente il massacro), ritirando le truppe e dando di fatto luce verde all’omologo Recep Tayyip Erdogan per attuare finalmente il piano da tempo evocato. Con vari esponenti democratici suoi rivali che lo accusano di aver voluto (anche) sviare l’attenzione dalla ‘bomba’ delle indagini per il suo impeachment da parte dei Dem.Pesanti le perdite per i curdi, di fronte alla potenza dell’esercito di Ankara. Almeno 23 combattenti delle Sdf sono stati uccisi, portando il totale in quattro giorni a 81 morti, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani. Ammazzati anche almeno 28 civili da raid aerei e colpi d’artiglieria, e altri 9 in un agguato di ribelli filo-Ankara, tra cui la leader politica curda Hevrin Khalaf. In Turchia, secondo fonti turche, i morti sono stati 17.Obiettivi chiave per Ankara sono le città di Ras al-Ain e Tal-Abyad, pesantemente bombardate. Si trovano ai margini di una sezione di confine controllata dai curdi ma a maggioranza etnica araba. Ankara sostiene di voler eliminare i “terroristi”, come identifica i curdi, e creare una safe zone in cui mandare parte dei 3,6 milioni di rifugiati siriani ora nel Paese.

I curdi denunciano: è un tentativo di ridisegnare la mappa etnica della regione, a loro spese. Sinora gli sfollati sono almeno 100mila, stima l’Onu. La gran parte di loro va verso Hasakeh, non presa di mira dalla Turchia. Per Human Rights Watch, Ankara “vuole impedire ad altri civili siriani di entrare in Turchia, non vuole davvero fornire protezione”.I ministri degli Esteri della Lega araba si sono riuniti al Cairo e hanno condannato “l’aggressione” turca e avvertito che valuteranno “misure urgenti”, come azioni diplomatiche ed economiche, o “collaborazione militare” con i curdi. Nel mondo, Trump – dopo aver aperto la porta a Erdogan – ha poi minacciato sanzioni contro Ankara se l’offensiva proseguirà. Stessa minaccia dalla Francia, alleata chiave nella coalizione anti-Isis, mentre altre parti hanno annunciato lo stop alla vendita di armi. Ma Erdogan risponde: avanti con l’offensiva. Oltre a temere per i curdi e la popolazione civile, la comunità internazionale ha un’altra grande paura, anche per sè: che i combattenti dell’Isis detenuti nelle carceri controllate dai curdi riescano a fuggire. Le autorità curde già hanno dato notizia della fuga di cinque, seguita a raid turchi. Secondo l’amministrazione curda sono 12mila gli jihadisti rinchiusi in sette centri nelle aree da loro controllate. Gli Usa, nella situazione così volatile, hanno prelevato due di quelli considerati più pericolosi e li hanno portati fuori dalla Siria. E il timore che l’Isis possa rialzare la testa ha preso forma anche nell’attentato di Qamishli, dove un’autobomba ha ucciso sei persone: il gruppo islamista ha rivendicato. 

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *