Crisi di governo, tra Pd e 5 Stelle l’ostacolo resta Conte

di COLOMBA MONGIELLO

Conte si , Conte no. Sembra questo l’unico ostacolo per la nascita di un futuro governo giallorosso. Per tutta la giornata si erano rincorse voci, poi puntualmente smentite su presunti contatti tra i vari esponenti dem e i grillini per chiudere l’accordo al più presto ma il macigno sull’intesa resta il nome del premier. 
Zingaretti e Di Maio si erano sentiti in mattinata e ciascuno è rimasto sulle sue posizioni: i 5 Stelle vogliono Conte come unico premier dell’eventuale governo di svolta, mentre i dem sono per la discontinuità a tutti i costi e quindi un no secco ad un Conte bis anche se fonti renziane rivelano che siano rimasti solo Zingaretti e Gentiloni ad essere contrari al ritorno del professore foggiano che può contare su endorsement importanti come il segretario della CGIL Landini e Donald Tusk oltre ad un discreto successo del premier a Biarritz alla corte di Emmanuel Macron. Il leader M5S insiste su Conte:” Tutto il M5S è leale a Conte ed è l’unico nome come premier”, ha ripetuto Di Maio a Zingaretti. Era circolato anche il nome del presidente della Camera Roberto Fico quale possibile premier gradito ai dem ma lui ha smentito e preferisce rimanere a Montecitorio. Il partito democratico ieri ha insediato i tavoli del programma con parlamentari e segreteria impegnati a discutere di quelli che potrebbero essere i punti programmatici di un futuro governo giallorosso. E nell’ultima domenica di un agosto bollente per la politica italiana si inseguivano voci di possibili ministri del  governo prossimo ipotizzando già un accordo che al momento non c’è. 
Per stoppare il totoministri interveniva direttamente Zingaretti con una conferenza stampa convocata al Nazareno al termine del lavoro dei tavoli programmatici fissando una serie di paletti per un eventuale accordo di governo pentadem: “ L’Italia non capirebbe un rimpastone. Il tema dei contenuti è importante. La direzione del Pd mi ha dato mandato per un governo di svolta. Serve una netta discontinuità e un cambio di persone”.  E aggiunge: “Abbiamo un mandato sancito dalla direzione di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni”. Siamo pronti già da domani a riunirci con il M5s per capire come andare avanti sui temi di governo, a partire dal tema di come abbassare tasse a redditi medio bassi. Bisogna costruire un programma utile, non un contratto” e rivolgeva un appello ai grillini: “Saremo chiamati mercoledì a tornare dal presidente della Repubblica. Siamo chiamati a verificare se ci sono le condizioni. Faccio un appello affinché si superino le timidezze e si apra un confronto vero”.
Ed elencava una serie di proposte scaturite dalla discussione ai tavoli: “Tra le tante proposte confermiamo di voler abbassare le tasse ai redditi medio bassi, con un massiccio intervento come priorità e come segnale che vogliamo dare al paese”. Vogliamo un paese più’ green, più’ giusto, più’ a misura delle donne e che metta molto di più’ al centro il tema del lavoro, della crescita, dello sviluppo e delle infrastrutture utili”, sottolinea. “Siamo molto preoccupati dall’eredita’ del vecchio governo per quanto riguarda la situazione economica e finanziaria, condividiamo l’obiettivo della sterilizzazione dell’Iva. Ma quella e’ una parte del problema, bisognerà’ lavorare, e nessun governo potrà nascere se su questo non c’e’ chiarezza, su una nuova stagione anche nelle politiche economiche”. Il segretario dem parla anche di “un fondo per la riconversione green delle aziende, un intervento per la rivoluzione digitale, su scuola e università”.  
Accelera Zingaretti, non vuole restare col cerino in mano a meno di 48 ore dall’ultimatum imposto dal Capo dello Stato e non vuole rimanere intrappolato in dichiarazioni, illazioni e messaggini. Esce allo scoperto con una conferenza stampa dettando temi e tempi della crisi. E’ lo stesso vicesegretario Andrea Orlando a rivelare l’irritazione dei dem:  “Sono tre giorni che aspettiamo di parlare dei problemi del Paese mentre i 5 stelle parlano solo di poltrone. Noi siamo qui da ieri a parlare di contenuti” 
Alle parole di Nicola Zingaretti segue di li a poco una nota stampa dei grillini in risposta alle sue condizioni per governare: “La soluzione è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepresidente Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L’Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno”. Ai grillini non devono essere piaciute alcune affermazioni di Zingaretti  in cui aveva parlato di ‘discontinuità’ anche sui nomi’ dopo che il totoministri impazzava da qualche ora con molti ministri pentastellati in odore di riconferma. 
La trattativa dunque prosegue e continua la discussione all’interno del partito democratico e Dario Franceschini da politico navigato, in un tweet, consiglia a tutta la comunità dem di adottare il modello comunicativo dell’Italia ai mondiali dell’82: “Il silenzio stampa portò fortuna: fino alla fine della crisi parla Nicola Zingaretti per tutti, come allora fecero gli azzurri con Zoff”. Si riferisce evidentemente al fronte renziano da dove arrivano le maggiori pressioni su Zingaretti: “Accetti la sfida del M5S, via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale. Per questo il Pd deve mantenere la barra dritta, e lavorare ad una alleanza riformatrice, anche con Conte premier riferiscono fonti vicine all’ex premier Matteo Renzi. 
Il timer imposto da Mattarella non prevede digressioni o regolamento di conti all’interno dei partiti, se non ci sarà l’accordo si va al voto con una manovra d’autunno alle porte e centinaia di tavoli aperti al Mise. La minaccia dei dazi di Trump si fa più concreta e a Biarritz abbiamo inviato un premier dimissionario a trattare per l’italia anche se ha dimostrato in altre occasioni come nella scongiurata procedura di infrazione,  di essere a proprio agio nelle sedi internazionali.

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