Trattativa 5 Stelle-Pd, confronto su programmi e noi

“Noi abbiamo 5 punti, loro 10. Tutti e due siamo per lavorare a un governo forte e solo dopo per affrontare il voto. Bene, no?”. Uno dei mediatori, tra i più ottimisti, tra Pd e M5s enfatizza a fine giornata gli aspetti positivi della situazione. La trattativa ‘giallorossa’ ha fatto grandi passi in avanti, in parte inaspettati se si considera che fino ad oggi i contatti erano andati avanti solo tra gli sherpa in via non ufficiale. Eppure, dopo tanti giorni di ‘lavorio’ sottotraccia, i contatti sono alla fine diventati formali: il capo dello Stato ha dato a dem e pentastellati quattro giorni pieni di lavoro, fino a martedì. Dopo, un nuovo giro di consultazioni di 48 ore ma poi sarà incarico: giallorosso o a un premier ‘elettorale’, per portare il Paese alle urne. “Il presidente, su questo, è stato chiaro”, si spiega dalla delegazione dem salita al Quirinale. Una chiarezza, quella del capo dello Stato, interpretata da chi è ottimista come una buona spinta alla chiusura dell’accordo. Le premesse al patto Pd-M5s sono nel via libera dell’Assemblea pentastellata ad un incontro con i dem soprattutto per affrontare il tema del taglio dei parlamentari. Un incontro ai massimi livelli. Ovvero tra Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio. “Ora escono di scena i numeri due…”, dicono dal Nazareno. Insomma, è Zingaretti a gestire al partita. E anche in questa ottica va letta l’indiscrezione sui 3 punti non negoziabili che oggi ha fatto scoppiare la tensione con i renziani. Il segretario ha voluto alzare l’asticella volutamente. A segnalare che il Pd va alla trattativa non con il cappello in mano, al contrario marcando dei punti precisi.

Dalle parti del Pd, c’è da registrare l’ottimismo di Andrea Marcucci (“l’obiettivo di arrivare ad un programma rigoroso nei tempi celeri che vuole il Capo dello Stato, è raggiungibile”). Ma anche le parole dello stesso Zingaretti: “Dai punti programmatici esposti da Di Maio emerge un quadro su cui si può sicuramente iniziare a lavorare”. Eppure, nonostante i passi avanti compiuti dalla trattativa, i nodi da sciogliere non sono tutti spariti. Tra i dem, per tutto il giorno si è consumata una strisciante polemica con scambio di accuse tra renziani (“la velina Gentiloni stava per far saltare tutto”) e zingarettiani (“troppe furbizie!”) a causa dei 3 punti “non negoziabili” posti da Nicola Zingaretti per il suo sì al via libera al lavoro con il M5s. Una polemica andata avanti per tutto il giorno e poi stoppata dallo stesso segretario (“i 3 punti sono la sintesi dell’Odg votato all’unanimità in Direzione”) dopo una levata di scudi dei renziani. Resta, ovviamente, il problema di fare la sintesi tra i 5 punti del Pd e i 10 del M5s. E restano tutti i problemi legati al nome del presidente del Consiglio e poi anche alla squadra di governo. Il premier ‘giallorosso’ dovrà essere sul tavolo del prossimo giro diconsultazioni al Quirinale. “Il nome di Conte ormai è fuori”, assicurano dal Pd facendo notare che anche Di Maio, dopo l’incontro con Mattarella, non abbia mai citato il nome del premier uscente. I dem, però, si aspettano che proprio per questo motivo il M5s rilancerà sul premier, con lo stesso Di Maio in cima alla lista. E questo potrebbe diventare un incaglio nella trattative se Zingaretti dovesse mettersi di traverso. E comunque se alla fine dovesse esserci un premier 5 Stelle, diventerebbero concrete le chance di Paolo Gentiloni di diventare commissario Ue 

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