Giustizia, ennesimo scontro nel Governo

Il nodo giustizia incrina ulteriormente l’alleanza M5S-Lega irrigidendo le posizioni di Luigi Di Maio e Matteo Salvini e facendo pensare ad un governo ormai agli sgoccioli. Ma il leader della Lega, al momento, non cambia la sua linea e non forza sulla crisi prima della pausa estiva, che potrebbe portare al voto alla prima settimana di ottobre. Il titolare del Viminale, dopo la sua settimana sabbatica in riviera romagnola, tornera’ invece a calcare le piazze italiane, questa volta del Sud, per capitalizzare il suo consenso. Sulla giustizia, inoltre, uno strappo potrebbe non convenire a Salvini. Per il M5S, invece, quella della giustizia e’ una battaglia identitaria, portata avanti da uno degli uomini piu’ vicini a Luigi Di Maio e allo stesso premier Giuseppe Conte, Alfonso Bonafede. Il nodo, raccontano fonti di maggioranza, e’ il capitolo della giustizia penale della riforma, dove alcuni punti – soprattutto sulle indagini preliminari – del testo Bonafede vedono il “no” leghista. E la conseguenza e’ un Consiglio dei ministri dai tempi biblici, intervallato da riunioni ristrette e che, a tarda sera, non vede ancora l’epilogo. Eppure, spiegano alcune fonti della maggioranza, alle ore 18, dopo una serie di riunioni tecniche, l’intesa sembrava trovata. Poi, dopo un vertice tra Salvini, Giulia Bongiorno e i sottosegretari leghisti alla Giustizia, arriva il “no” della Lega. Per il M5S e’ un no “immotivato”: e’ una legge delega, che puo’ essere modificata in Parlamento e, bloccando il capitolo della giustizia penale si rischia di bloccare anche quello sulla giustizia civile, che riguarda una fetta molto piu’ ampia di popolazione, si ragiona nel Movimento. Il M5S, sulla giustizia, si pone insomma dalla parte del “si” cercando di contrastare la narrazione salviniana e in vista del voto in Aula sulla mozione per il no Tav: mozione sulla quale, a lungo, le opposizioni avevano accarezzato l’idea di uscire dall’Aula, fotografando cosi’ la spaccatura della maggioranza e aumentando l’irritazione del Movimento. Per il governo l’ultimo ostacolo prima della pausa sara’ proprio la doppia votazione sul decreto sicurezza bis e le mozioni sulla Torino-Lione. La sensazione, tuttavia, e’ che solo in autunno l’esecutivo rischi davvero di franare. “Salvini sa che se cade il governo non e’ assolutamente detto che si vada a votare”, e’ una delle spiegazioni che, in Transatlantico, circolano tra i pentastellati. Resta il nodo di un governo che appare in netto stallo, con un Pil polare e in vista di una manovra dove l’incrocio tra le richieste dell’Ue e le ambizioni del M5S e soprattutto della Lega appare quasi utopica. Nel frattempo, Conte e’ chiamato ad indicare il commissario italiano in Ue. Conte venerdi’ vedra’ Ursula von der Leyen ma non e’ detto che, in quell’occasione, faccia dei nomi ma, in queste ore cresce l’opzione di indicare un profilo tecnico. E, accanto a quello del ministro degli Esteri Enzo Moavero si fa anche un nome di peso, quello di Giovanni Tria. A quel punto al Mef tornerebbe l’ipotesi Giancarlo Giorgetti. Si tratterebbe, di fatto, di un rimpasto che potrebbe essere allargato anche ad uno o due ministeri e ai sottosegretari. Ma e’ tutto relegato al campo delle ipotes: e in caso di rimpasto, lo spettro della crisi sarebbe allontanato. 

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