Autonomia, la questone delle gabbie salariali, lite M5S-Lega

Corsi e ricorsi della storia che sembra però cambiare di poco: anche la Lega di Matteo Salvini, infatti, si farebbe tentare dall’idea di reintrodurre le cosidette gabbie salariali, quelle cioè che legano le retribuzioni del settore privato al costo medio della vita nella provincia di riferimento, tornando sugli stessi passi dell’allora Senatur della Lega Nord, Umberto Bossi, che nel 2009 dovette però incassare il doppio no del presidente della Camera, Gianfranco Fini e del leader di Confindustria di quel tempo, Emma Marcegaglia. Una proposta che allora non ebbe alcun seguito anche se in Italia storicamente le gabbie avevano avuto una breve stagione di vita, dal ’54 al ’69 ; l’abolizione formale arrivò solo nel 1972 ‘scalzate’ dall’arrivo dello Statuto dei lavoratori. Dopo una breve sperimentazione con una divisione in 4 zone, infatti , ciascuna con un diverso calcolo dei salari, il Paese nel ’54 venne diviso in 14 zone nelle quali si applicarono salari diversi a seconda del costo della vita. Questo generò una ‘forbice’ tra le aree in cui il salario era maggiore e quella in cui era minore di circa il 29%. Nel 1961 però il numero di zone fu dimezzato, si passò da 14 a 7 riducendo il gap salariale dal 29% al 20%. Forte per tutto il periodo l’opposizione dei sindacati che consideravano le Gabbie “discriminatorie e poco eque” fino a che nel ’69 arrivò l’accordo con cui Confindustria e Cgil, Cisl e Uil ne sancirono la fine. Un no quello dei sindacati, “a uguale lavoro deve corrispondere lo stesso salario”, dicono, rafforzato poi nel tempo dallo spazio sempre maggiore acquisito dai contratti collettivi nazionali e condiviso sempre più con le imprese. 

Il dibattito che ha ripreso quota oggi nel corso del vertice sull’AUTONOMIA a Palazzo Chigi però non è mai stato del tutto dimenticato, covando piuttosto in questi ultimi anni sempre sotto la cenere; secondo alcuni dati che hanno riacceso nel tempo qualche polemica forme di gabbie salariali, o comunque, di differenziazione nei salari Nord-Sud esiste da tempo in Italia: ma il gap non è legato ad un costo della vita inferiore quanto al fatto che al Nord si registra una contrattazione aziendale integrativa che rimpingua le buste paga molto più di quanto si faccia al Sud: per l’Istat infatti nel 2018 la retribuzione media mensile nel Sud d’Italia è stata pari a 1.268 euro contro i 1.382 euro del Centro Nord. Ed è lo stesso leader Cisl, Anna Maria Furlan, oggi a tagliare corto sulla polemica accesa soprattutto dal M5S del tutto contrario all’idea. ”Le gabbie salariali sono antistoriche. Quindi lascerei perdere le polemiche inutili e focalizzerei l’attenzione sulla necessità di un sistema fiscale che renda più pesanti le buste paga di lavoratori e pensionati, di tutti gli italiani”, dice sollecitando “tasse zero” anche dei contratti integrativi per far crescere i consumi ma anche le imprese del Paese.

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