Da Apuleio ad Orazio, a Plinio il Vecchio, quando la magia d’amore…

Tutte le “stregonerie” a cui ricorrevano gli antichi per legare a sé le persone amate

di ALBA SUBRIZIO

Nel 158 d.C. lo scrittore latino Apuleio subì un processo per magia nera. L’accusa era che avesse irretito con un maleficio una ricca vedova per farla innamorare di lui e persuaderla a sposarlo. In particolar modo, Apuleio sarebbe stato reo di aver fatto mangiare alla vedova Pudentilla due specie di pesci: virginal e veretilla. È bene sapere che quello romano era un popolo particolarmente superstizioso e credeva fortemente nella capacità di poter dominare la natura e la realtà tramite formule o elementi dotati di ‘vis magica’ (forza magica), al punto che fu introdotta un’apposita legge (Lex Cornelia de veneficiis) che puniva con la morte tale crimine, dato che erano moltissimi a ricorrervi e spesso. Orbene, un tipo di magia era quella simpatetico-analogica, basata per l’appunto su una sorta di analogia – come in questo caso – tra il nome e la ‘funzione’; si badi, infatti, che ‘virginal’ e ‘veretilla’ indicavano nella lingua latina rispettivamente i nomi dei genitali femminili e maschili, inoltre, questi animali acquatici (nella fattispecie un mollusco e una ghianda di mare) li ricordavano nella forma; pertanto, alla luce di ciò, tramite un profondo legame tra significato e significante, il mangiare questi pesci doveva indurre ad amare. Ma Apuleio, che era ‘esperto’ di magia amorosa, confuta le accuse degli avversari, spiegando che due pesci, ossia due animali a sangue freddo, non avrebbero mai potuto accendere il fuoco della passione, e a convalida della sua tesi cita numerosi esempi di ‘magia’ presenti nella letteratura latina. A tal proposito ricordiamo che il poeta Virgilio (nella VIII Bucolica) narra di una pastorella, che per far ritornare il suo amante brucia incenso su di un altare, poi, girando tre volte attorno ad esso, brucia il ritratto di lui in cera, dopodiché stringe tre nodi, il tutto ripetendo un ritornello martellante. Ricapitolando, gli ‘strumenti’ della magia d’amore sono: il fuoco (affinché l’amato ‘bruci’ di passione), i nodi (per ‘legare’ la persona a sé), la ricorrenza del numero 3 (considerato ‘magico’ per antonomasia) e il ripetere delle formule (che ‘martellando’ le orecchie delle divinità, le costringono ad intervenire). Anche il poeta latino Orazio (Epodo 5), narra che la maga Canidia, per realizzare un filtro d’amore, usa il fegato di un fanciullo impubere, sepolto nella terra fino al collo, a cui passano innanzi cibi prelibati che non può mangiare, affinché il suo fegato sia pregno di ‘desiderio’, quel desiderio che sarà ‘trasferito’ a chi berrà l’intruglio. Anche in questo caso il principio operante è quello simpatetico-analogico. Ma c’è di più. Si riteneva che latore d’amore fosse l’hippomanes, ossia un’escrescenza carnosa che si credeva fosse sulla fronte dei puledri appena nati, che faceva innamorare chi se ne cibava; oppure si pensi al caso – presentato da Plinio il Vecchio – dell’erba ‘catananche’, il cui nome in greco vuol dire “per forza”, così che, per il principio “nomen/omen” (il presagio nel nome), ‘costringeva’ ad innamorarsi colui al quale veniva somministrata. Ebbene, gli uomini e le donne di duemila anni fa non si rassegnavano tanto facilmente all’abbandono, tanto da provarle proprio tutte… e voi?

«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.
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